Il riscatto della laurea è spesso presentato come uno strumento vantaggioso per anticipare la pensione, ma la realtà è molto più complessa. Le recenti ipotesi di modifica normativa, poi accantonate dal governo, hanno mostrato chiaramente quanto questa scelta sia legata a variabili personali e a regole che possono cambiare nel tempo, rendendo l’operazione tutt’altro che sicura.
Cos’è il riscatto della laurea e come funziona
Il riscatto della laurea permette di versare contributi previdenziali per gli anni trascorsi all’università, trasformandoli in anni utili ai fini pensionistici. In pratica, è come se si fosse iniziato a lavorare prima. Un lavoratore che ha cominciato a contribuire a 28 anni, riscattando una laurea triennale, risulta come se avesse iniziato a 25, e con anche la magistrale addirittura a 23.
La condizione indispensabile è aver conseguito il titolo di studio: non basta aver frequentato. È possibile riscattare tutti o solo alcuni anni, esclusi quelli fuori corso, e la richiesta può essere fatta da lavoratori dipendenti, autonomi, persone inattive, neolaureati o anche dai genitori per i figli. Naturalmente, tutto questo ha un costo.
Quanto costa riscattare la laurea
Il costo del riscatto può arrivare a migliaia o decine di migliaia di euro, e dipende soprattutto dal periodo in cui si collocano gli anni di studio. Per chi ha frequentato l’università prima del 1996, gli anni rientrano nel sistema retributivo e il calcolo è complesso, basato su età, genere, anzianità contributiva e retribuzioni recenti.
Per chi invece ha studiato dopo il 1996, quindi nel sistema contributivo, il meccanismo è più semplice: si applica l’aliquota contributiva alla retribuzione degli ultimi dodici mesi. Con uno stipendio annuo di 30mila euro e un’aliquota del 33 per cento, il costo è di 9.900 euro per ogni anno da riscattare, che diventano quasi 50mila euro per una laurea quinquennale.
In linea generale, prima si riscatta, meno si paga, perché le retribuzioni tendono a crescere nel corso della carriera. È vero però che versare più contributi comporta anche una pensione potenzialmente più alta.
Il riscatto di laurea agevolato
Dal 2019 esiste il riscatto di laurea agevolato, valido solo per gli anni successivi al 1996 e rinnovato di anno in anno. In questo caso l’Inps utilizza un reddito convenzionale uguale per tutti, piuttosto basso. Nel 2025 questo valore era pari a 18.555 euro, che con l’aliquota del 33 per cento portava a un costo di circa 6.123 euro per ogni anno riscattato.
Il vantaggio è evidente: si paga molto meno. Lo svantaggio è che questi anni vengono accreditati con un reddito più basso, riducendo la media contributiva e quindi l’importo futuro della pensione. In ogni caso, l’importo versato per il riscatto è interamente deducibile fiscalmente, riducendo il reddito imponibile.
Le due variabili decisive: età e reddito
La convenienza del riscatto dipende soprattutto da due variabili chiave. La prima è l’età di inizio della contribuzione. Chi si laurea in corso e inizia subito a lavorare può usare il riscatto per anticipare concretamente la pensione. Al contrario, chi inizia a versare contributi tardi, magari dopo anni di stage non retribuiti, difficilmente ottiene un vero vantaggio.
La seconda variabile riguarda chi ha iniziato a contribuire dopo il 1996. Questi lavoratori possono accedere alla pensione anticipata contributiva a 64 anni solo se l’importo della pensione supera determinate soglie. Per chi ha redditi medio-alti, questo requisito può già consentire un anticipo di tre anni rispetto alla vecchiaia, rendendo il riscatto meno utile. Per chi invece ha redditi medio-bassi o carriere discontinue, il riscatto può fare la differenza, soprattutto se si è iniziato a lavorare presto.
Le simulazioni e chi beneficia di più
Le simulazioni mostrano che il beneficio pieno del riscatto riguarda soprattutto i lavoratori pre-1996 che hanno iniziato a lavorare molto presto. Per gli altri profili, il vantaggio può oscillare da zero a circa due anni e mezzo, con il paradosso di chi rischia addirittura di andare in pensione più tardi.
Per i lavoratori post-1996 con redditi medio-bassi, il riscatto può essere utile solo se l’inizio della contribuzione è stato precoce. Con l’aumentare dell’età di ingresso nel mercato del lavoro, il beneficio tende progressivamente ad annullarsi.
Tra cambi normativi e zone d’ombra
Le ipotesi di modifica al riscatto della laurea hanno aperto anche questioni delicate. La stretta sul recupero delle lauree brevi dal 2031, prima introdotta in manovra e poi espunta, ha scatenato polemiche.
Modificare i requisiti pensionistici è ormai una prassi, ma intervenire su contributi volontari già versati sarebbe qualcosa di nuovo e potenzialmente dirompente. Molti hanno pagato il riscatto proprio per anticipare la pensione, e cancellarne gli effetti potrebbe minare seriamente la credibilità del sistema.
Una scelta che resta una scommessa
Alla base di queste discussioni c’è una realtà difficile da ignorare: la necessità di contenere la spesa pensionistica futura, soprattutto in vista del picco previsto intorno al 2040. Per questo, investire oggi decine di migliaia di euro nel riscatto della laurea è, a tutti gli effetti, una scommessa sul futuro.
La Corte costituzionale ha già chiarito che il riscatto è “una sorta di negozio aleatorio che può non sortire i positivi effetti sperati”. In altre parole, non esiste una garanzia che porti davvero al risultato desiderato. Per questo motivo, prima di scegliere, è fondamentale pianificare con attenzione, valutare alternative come la previdenza complementare e tenere conto che le regole di domani potrebbero essere molto diverse da quelle di oggi.
Enrico Foscarini, 9 gennaio 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


