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Social media: stretta puritana della Ue sui minori

La Commissione prepara un giro di vite. Un dirigismo normativo che minaccia il libero mercato

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L’Unione Europea si prepara a sferrare l’ennesimo attacco alla libertà individuale e d’impresa, questa volta con il pretesto della protezione dei minori. La Commissione Europea sta infatti valutando restrizioni radicali sull’accesso dei bambini e degli adolescenti ai social media, che spaziano dai limiti di età rigorosi fino a veri e propri divieti assoluti o ad accessi scaglionati. Secondo i piani di Bruxelles, le piattaforme digitali potrebbero presto essere costrette a dimostrare la totale innocuità dei propri servizi prima che i giovani possano utilizzarli, ribaltando il principio della libertà di mercato e introducendo una sorta di licenza preventiva di Stato per l’attività online.

Il braccio esecutivo della Ue intende muoversi rapidamente, spinto dalle dichiarazioni della presidente Ursula von der Leyen, la quale ha annunciato che nuove proposte legislative formali potrebbero essere presentate già entro pochi mesi. La presidente ha voluto riassumere la linea dell’istituzione affermando che “questo non riguarda se i bambini possano accedere ai social media. Riguarda quando i social media possono accedere ai nostri bambini”. Dietro questa retorica paternalistica si nasconde un enorme impatto economico, dato che si parla di colossi che generano profitti miliardari proprio sul suolo europeo. Basti pensare che il fatturato complessivo della pubblicità sui social media nell’Unione Europea supera i 25 miliardi di euro all’anno, una fetta di mercato gigantesca che Bruxelles mira a regolamentare e limitare attraverso una burocrazia asfissiante.

Dal divieto degli schermi al modello proibizionista australiano

Le linee guida che ispirano la Commissione provengono dal rapporto di un panel di esperti composto da accademici e rappresentanti dei genitori, i quali propongono un approccio a tappe che rasenta il controllo totale della vita familiare. Il piano prevede la totale assenza di schermi per i bambini sotto i tre anni, un uso di internet costantemente vigilato fino ai tredici anni e forti limitazioni per gli adolescenti più grandi. Questa impostazione trova il pieno supporto dei vertici europei, convinti che lo Stato debba sostituirsi al ruolo educativo delle famiglie. Parlando alla stampa, la stessa von der Leyen ha rincarato la dose dichiarando che “i nostri bambini hanno bisogno di tempo nel mondo reale. Tempo per giocare, tempo per stringere amicizie, tempo per fare errori. Tempo per dare forma alla propria identità, alla propria personalità, prima che un algoritmo la modelli invece”.

Per giustificare questa svolta dirigista, l’Unione Europea guarda con interesse a esperimenti oltreoceano, indicando l’Australia come un possibile modello da seguire. Il governo di Canberra ha infatti introdotto una severa legge sul limite di età per l’accesso ai social, una misura che ha sollevato pesanti dubbi sulla sua reale efficacia e sulla violazione della privacy dei cittadini. Se l’Europa dovesse seguire questa strada, l’approvazione finale richiederà comunque il via libera del Parlamento Europeo e dei ventisette Stati membri, ma l’avvio dell’iter legislativo impresso da Bruxelles rischia di accelerare una pericolosa tendenza globale al proibizionismo digitale.

Il puritanesimo woke contro Topolino e la libertà

Questa smania regolatoria e moralizzatrice non è altro che l’ennesima declinazione del puritanesimo woke che sta infettando le istituzioni occidentali, ossessionate dal voler cancellare ogni potenziale rischio o asperità dalla vita dei giovani. Con questa identica mentalità iperprotettiva e censoriana, in passato avrebbero dovuto limitare l’accesso alla lettura di Topolino perché il celebre topo talvolta si dimostrava severo e violento nei confronti di Gambadilegno, o magari avrebbero dovuto bandire i fumetti Disney perché il miliardario Zio Paperone maltrattava sistematicamente Paperino. La crescita e la maturazione degli individui passano anche attraverso il confronto con la realtà e con le sue rappresentazioni, non attraverso la creazione di una bolla asettica imposta per decreto legge.

Nel frattempo, la pressione normativa sulle aziende tecnologiche continua a salire sfruttando gli strumenti sanzionatori già esistenti. Solo di recente la Commissione Europea ha stabilito che Meta ha violato il Digital Services Act a causa del design ritenuto assuefacente di Facebook e Instagram, una contestazione del tutto simile a quella mossa nei mesi scorsi contro TikTok. Invece di lasciare che sia il mercato, insieme alla responsabilità dei singoli genitori, a determinare il successo e le modalità di utilizzo di queste piattaforme, le istituzioni europee preferiscono criminalizzare le aziende che creano valore, dimenticando che la vera libertà si difende educando alla responsabilità e non moltiplicando i divieti statali.

Enrico Foscarini, 13 luglio 2026

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