La partecipazione svizzera alla Global Sumud Flotilla, la missione civile diretta verso Gaza nell’autunno 2025, si è trasformata in un inaspettato conto da pagare per venti attivisti intercettati dalla marina israeliana nelle acque internazionali del Mediterraneo orientale. Nelle ultime settimane il Dipartimento Federale degli Affari Esteri (Dfae) ha infatti inviato richieste di rimborso comprese tra 300 e 1.047 franchi (da 320 a 1.120 euro), somme che il governo considera legate alle spese sostenute durante la detenzione nel carcere israeliano di Ketziot.
Diciannove dei partecipanti risultano affiliati a Waves of Freedom, storica organizzazione impegnata nella solidarietà marittima verso la Palestina. Secondo il Dfae, gli importi riflettono il principio della responsabilità individuale sancito dalla legge federale sulle persone e istituzioni svizzere all’estero. La normativa stabilisce che “chi decide di ignorare gli avvisi di viaggio ufficiali può essere chiamato a rimborsare le spese dell’assistenza consolare ricevuta”. Nel caso di Gaza, il Dipartimento aveva sconsigliato qualsiasi viaggio, ricordando che l’area è sottoposta a blocco navale israeliano dal 2007.
Il governo spiega che le differenze tra le fatture corrispondono al diverso impegno richiesto per ciascun cittadino, dai contatti con le autorità israeliane alle visite in carcere, fino al supporto per il rientro. L’ammontare medio, secondo il Dfae, è di circa 510 franchi (545 euro), con un rimborso applicato solo in parte rispetto alle spese effettivamente sostenute.
La protesta degli attivisti: “Interventi minimi, fatture sproporzionate”
Tra i destinatari delle richieste di pagamento cresce però il malcontento. Sébastien Dubugnon, espulso da Israele via Turchia, ha raccontato alla radio pubblica Rts che l’unico intervento consolare sarebbe stata una visita di appena dieci minuti nel carcere di Ketziot, aggiungendo che “il rappresentante consolare è stato allontanato quasi subito, senza neppure riuscire a parlare con tutti noi. Ci ha detto chiaramente che non poteva aiutarci”. Dubugnon ha inoltre precisato che il volo di ritorno è stato coperto dalla Turchia e non dalla Svizzera.
Gli attivisti hanno ora trenta giorni per procedere al pagamento, ma diversi partecipanti hanno già annunciato l’intenzione di presentare ricorso.
Italia e Spagna hanno pagato i rimpatri dei loro perdigiorno
L’encomiabile scelta della Svizzera contrasta con quella di altri governi europei coinvolti nell’operazione. In Spagna il premier Pedro Sánchez aveva addirittura predisposto una nave militare per garantire protezione diplomatica ai propri cittadini. In Italia, nonostante la definizione della missione come “pericolosa e irresponsabile”, il governo guidato da Giorgia Meloni aveva autorizzato l’invio di due fregate e il ministro degli Esteri Antonio Tajani si era impegnato per il rilascio dei 58 italiani fermati, senza avanzare richieste economiche. Nessun rimborso è stato richiesto da Francia, Germania o Regno Unito.
Una “missione” provocatoria
La Global Sumud Flotilla comprendeva circa cinquanta imbarcazioni civili con oltre 500 partecipanti provenienti da 47 Paesi, fingendo di trasportare aiuti umanitari destinati a Gaza. L’obiettivo dichiarato, infatti, era quello di rompere il blocco navale in vigore da diciotto anni e creare un incidente diplomatico per far sì che l’opinione pubblica diventasse ancora più ostile nei confronti di Israele.
Tutti i partecipanti sono stati arrestati e trasferiti nel carcere di massima sicurezza di Ketziot. Diversi attivisti, una volta rientrati, hanno denunciato le condizioni di detenzione. Israele ha respinto ogni accusa definendola parte di una “campagna di disinformazione pianificata”. Sì, la Svizzera ha fatto proprio bene: uno Stato civile, dopo aver avvertito i suoi cittadini sconsigliando l’allegra gita dei nullafacenti pro-Pal, ha tutto il diritto di far pagare loro il conto di un evitabilissimo “salvataggio”.
Enrico Foscarini, 2 dicembre 2025
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


