Il taglio dell’aliquota Irpef dal 35 al 33% per i redditi fino a 200mila euro non è un “regalo ai ricchi”, come sostiene la sinistra, ma un segnale al ceto medio che da anni paga per tutti senza ricevere nulla in cambio. «Mentre il governo Meloni regala miliardi ai redditi più alti, 5,8 milioni di italiani rinunciano a curarsi. I ricchi ricevono di più, i poveri restano soli», ha dichiarato Francesco Boccia del Pd. Ma la realtà economica racconta un’altra storia.
Una retribuzione annua lorda di 35 mila euro significa circa 1.950 euro netti al mese. Non è uno stipendio da “ricchi”, ma il risultato di un percorso lungo e spesso faticoso. Lo raggiunge un docente delle superiori dopo 30 anni di carriera, un giornalista dopo due anni e mezzo di lavoro, un caporeparto logistico solo grazie a premi e straordinari. Un farmacista deve arrivare al ruolo di direttore o quadro per toccare quella soglia, mentre un pizzaiolo o uno chef di alto livello la raggiunge solo con superminimi e turni infiniti.
Eppure è proprio su questi redditi che si concentra gran parte del gettito fiscale. Il 60% degli italiani paga meno del 10% dell’Irpef: significa che sono i redditi medio-alti – tra 30 e 60mila euro – a sostenere la scuola, la sanità e il welfare per tutti. In cambio, nessun bonus, nessuna agevolazione, nemmeno l’indicizzazione piena delle pensioni.
Il vantaggio massimo del nuovo taglio Irpef è di 440 euro l’anno: non cambia la vita a nessuno, ma restituisce un minimo di equilibrio dopo anni di penalizzazioni.
Definirlo “un favore ai ricchi” significa ignorare che questa fascia comprende insegnanti, bancari, tecnici, quadri e professionisti del terziario. Tutti lavoratori dipendenti che vivono del proprio stipendio e che non hanno capitali o rendite.
Le critiche arrivate da Bankitalia, Upb, Corte dei Conti e Istat sembrano muoversi in un’altra dimensione: quella dei fogli Excel, non delle persone. Dire che l’8% più benestante riceverà la metà del beneficio può essere statisticamente corretto, ma nasconde che in quell’8% ci sono migliaia di famiglie normali, spesso con mutuo, figli e stipendi appena sopra la media. È il solito errore tecnocratico: confondere i numeri con la realtà.
Il ceto medio non chiede assistenza, ma riconoscimento. Da anni è escluso da ogni misura di sostegno, considerato “troppo ricco” per essere aiutato e “troppo povero” per vivere bene. Questa riduzione dell’Irpef, pur limitata, è un segnale che il governo intende restituire ossigeno a chi lavora, produce e contribuisce più di tutti.
Difendere il ceto medio non è un vezzo politico: è una condizione di sopravvivenza economica per l’Italia.
Senza di loro – senza gli insegnanti, i tecnici, gli infermieri, i quadri, i professionisti che ogni mese tengono in piedi lo Stato – non c’è crescita, non c’è coesione, non c’è futuro. Il taglio Irpef non è un privilegio: è un piccolo, necessario atto di giustizia fiscale.
Enrico Foscarini, 7 novembre 2025
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).
Da oggi puoi aggiungere Nicolaporro.it alle tue fonti preferite su Google visitando questa pagina e spuntando la checkbox a destra


