Energia

LE STRATEGIE DI DESCALZI

Eni, dividendo straordinario legato ai prezzi dell’energia

Extracedola se salgono le quotazioni di petrolio e gas. Buyback fino a 4 miliardi. Il piano al 2030 punta sulla crescita

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Al Capital Markets Update 2026-2030 Eni alza ulteriormente l’asticella della creazione di valore per i soci, introducendo un meccanismo diretto e trasparente che lega la remunerazione all’andamento dei mercati energetici. Il messaggio è chiaro: più cassa, più ritorni. “Per scenari di prezzo del greggio particolarmente elevati (cioè superiori a 90 dollari al barile; oppure per incrementi del 50% del prezzo del gas o del margine di raffinazione), prevediamo di distribuire il 100% del cash flow addizionale in forma di dividendo straordinario”, ha spiegato l’amministratore delegato Claudio Descalzi.

Questa impostazione rafforza una linea già consolidata: la volontà di trasferire agli azionisti tutta la forza della generazione di cassa. Non a caso il gruppo “conferma di voler condividere con gli azionisti l’intero Cffo”, mantenendo un approccio tra i più generosi del settore. Accanto al dividendo ordinario, atteso a 1,10 euro per azione nel 2026, Eni affianca un buyback da 1,5 miliardi, destinato a crescere fino a 4 miliardi in funzione dello scenario.

Crescita solida e upstream d’eccellenza

Alla base di questa strategia c’è una traiettoria industriale robusta. Il gruppo prevede un Cash Flow From Operations in crescita fino a 17 miliardi di euro al 2030, con un incremento medio annuo per azione del 14%. Numeri che riflettono la qualità del portafoglio upstream, definito dallo stesso Descalzi come “il più forte nella storia di Eni”, con una produzione attesa in aumento del 3-4% annuo e una pipeline di progetti che garantisce visibilità e ritorni nel lungo periodo.

L’efficienza resta un pilastro. Gli investimenti scenderanno sotto i 6 miliardi annui lungo il piano, con un significativo miglioramento rispetto al ciclo precedente, mentre il free cash flow complessivo supererà i 40 miliardi. Un equilibrio che consente di sostenere contemporaneamente crescita, solidità finanziaria e remunerazione.

Plenitude ed Enilive, campioni della transizione

Accanto all’upstream, il gruppo valorizza sempre di più le sue piattaforme nella transizione energetica. Plenitude ed Enilive rappresentano oggi due asset strategici di altissimo valore, capaci di coniugare crescita industriale e ritorni economici.

Nel caso di Plenitude, il percorso di sviluppo è particolarmente evidente: la capacità rinnovabile è destinata a salire da 5,8 gigawatt nel 2025 a circa 15 gigawatt al 2030, mentre l’Ebitda è atteso oltre i 2,5 miliardi. Il deconsolidamento della società va letto proprio in questa chiave: liberare ulteriore valore, attrarre capitali e accelerare la crescita mantenendo un forte legame industriale con Eni. In parallelo, Enilive continua a rafforzare il proprio ruolo nei biocarburanti e nei nuovi vettori energetici, confermandosi come uno dei pilastri della strategia industriale del gruppo.

Gas, rischio Hormuz sotto controllo

Sul fronte del gas, Eni rafforza ulteriormente il proprio profilo internazionale puntando su nuovi poli di sviluppo ad alto potenziale, dall’Indonesia all’Argentina. In Asia, la joint venture con Petronas – destinata a diventare Searah – aprirà nuove prospettive nel Gnl nel Sud-Est asiatico, mentre in Argentina il progetto legato a Vaca Muerta promette forniture di gas liquefatto a costi altamente competitivi, consolidando il ruolo del gruppo lungo tutta la catena del valore.

In questo quadro di espansione, anche i rischi geopolitici vengono gestiti con prudenza. Riguardo alle tensioni nel Golfo Persico e allo stretto di Hormuz, l’amministratore delegato Claudio Descalzi ha chiarito che “posso dire che abbiamo posizioni marginali dal punto di vista della produzione, tra il 2-3% della nostra produzione, e in termini di cash flow e ebit abbiamo più progetti in sviluppo che in produzione. Dal nostro punto di vista possiamo dire che l’impatto non è così grande”. Il manager ha inoltre precisato che Eni “non ha navi cargo bloccate” nell’area, ridimensionando i rischi operativi e confermando la solidità di un modello industriale sempre più diversificato e resiliente anche negli scenari più complessi.

Enrico Foscarini, 20 marzo 2026

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