Energia

IL CASO DI BORSA

Eni, via libera Usa al petrolio in Venezuela

Il Cane a sei zampe tra i cinque colossi autorizzati dagli Usa a operare in Venezuela. Invito diretto di Trump e partita da 100 miliardi nel petrolio

Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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C’è anche Eni al tavolo ristretto dei colossi dell’energia cui la Casa Bianca ha dato via libera in Venezuela. Un’iniziativa di Donald Trump, che ha deciso di riaprire la partita per cinque giganti petroliferi globali, rimettendo in moto uno dei bacini più ricchi – e più tormentati – del pianeta.

L’amministrazione americana ha autorizzato formalmente Eni, insieme a Chevron, BP, Shell e Repsol, a riprendere le operazioni nel settore petrolifero e del gas in Venezuela sotto la supervisione di Washington. La licenza generale numero 50 del Dipartimento del Tesoro crea un’eccezione alle sanzioni imposte nel marzo 2025 e riapre uno spazio operativo che fino a ieri sembrava politicamente blindato.

Il meccanismo individuato prevede che i flussi finanziari transitino attraverso un conto controllato dal Tesoro statunitense, il Foreign Government Deposit Funds. Una cornice che garantisce tracciabilità e controllo, ma soprattutto offre alle imprese una protezione politica e legale che negli anni scorsi era mancata.

Una partita da 100 miliardi

Il passaggio chiave è politico prima ancora che industriale. Trump a gennaio ha riunito le major alla Casa Bianca e ha chiesto investimenti per «almeno 100 miliardi di dollari». Parole nette: «Le nostre compagnie gigantesche spenderanno almeno 100 miliardi dei loro soldi, non soldi del governo. Non hanno bisogno di soldi del governo, hanno bisogno della protezione del governo e della sicurezza del governo». In cambio, «garanzie totali a protezione delle operazioni» in un Paese dichiarato di nuovo “open for business”.

Il messaggio è chiaro: chi investe sarà coperto. E il fatto che tra i convocati ci fosse l’amministratore delegato Claudio Descalzi dimostra che Eni non è comprimaria, ma interlocutore diretto nel nuovo disegno energetico occidentale.

Non è un dettaglio. Il Venezuela possiede le più grandi riserve accertate di greggio al mondo, oltre 300 miliardi di barili concentrati nella Fascia dell’Orinoco. Un patrimonio enorme, rimasto in larga parte inutilizzato per decenni di nazionalizzazioni, espropri e collasso infrastrutturale sotto Hugo Chávez prima e Nicolás Maduro poi.

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Le mosse di Eni

Per Eni la posta in gioco è duplice. Da un lato c’è il recupero dei crediti accumulati – circa 3 miliardi di dollari – per il gas estratto e consegnato alla compagnia statale PDVSA, senza poter essere pagata in natura dopo il giro di vite del 2025. Dall’altro c’è la possibilità di tornare a essere remunerata attraverso cargo di greggio destinati all’esportazione, in cambio della produzione di gas per il fabbisogno elettrico locale.

Un portavoce del gruppo ha spiegato che «la licenza generale numero 50 è stata appena emessa, prendiamo atto che Eni è esplicitamente inclusa e stiamo attualmente valutando le opportunità che essa apre nell’ambito di un dialogo costante e costruttivo con le Autorità statunitensi». È il linguaggio prudente di chi sa che la finestra è politica prima che tecnica.

Eni opera nel Paese dal 1998, ha resistito a espropri e ristrutturazioni forzate e oggi mantiene asset rilevanti sia offshore sia nella Fascia dell’Orinoco, inclusi progetti gas strategici come Cardón IV. Il gas, del resto, rappresenta la vera carta futura del Venezuela: riserve immense, regole più flessibili rispetto al petrolio e un potenziale di export verso i mercati atlantici.

Un nuovo equilibrio energetico

La mossa americana ridisegna gli equilibri regionali. Washington allenta le sanzioni, ma lo fa dettando le condizioni. Le aziende possono operare, a patto di accettare un sistema di controllo finanziario e una cornice politica definita negli Stati Uniti.

In questo scenario, la presenza di Eni al tavolo ristretto delle major non è solo un fatto industriale. È il segnale che l’Italia siede tra i grandi quando si decide il futuro dell’energia globale. Non come spettatore, ma come protagonista chiamato direttamente dalla Casa Bianca a partecipare a un’operazione da cento miliardi.

E in un mercato in cui molti parlano di transizione senza investire, chi è disposto a mettere capitale proprio – con la copertura di un quadro giuridico chiaro – torna a contare davvero.

Enrico Foscarini, 14 febbraio 2026

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