Energia

IL CASO

Nucleare: c’è qualcosa che non va, Arera boccia Sogin

Il ritorno al futuro è condizionato dal passato: decommissioning al 32%, costi a 11 miliardi e Deposito nazionale rinviato al 2041

Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Il ritorno dell’Italia al nucleare passa inevitabilmente dalla gestione del suo passato atomico. Ed è proprio su questo terreno che emergono criticità pesanti. Nella memoria depositata il 17 febbraio alle Commissioni parlamentari, l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (Arera) traccia un quadro estremamente severo sull’operato di Sogin, la società pubblica incaricata dello smantellamento degli impianti nucleari italiani e della realizzazione del Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi.

I numeri sono difficili da ignorare. Dopo oltre vent’anni di attività, l’avanzamento complessivo del decommissioning è fermo al 32%, mentre le stime di costo per il solo smantellamento sono salite a circa 11 miliardi di euro, più che raddoppiate rispetto alle previsioni iniziali. L’ultimo aggiornamento del piano industriale presentato nel 2025 ha aggiunto 2,8 miliardi e altri dieci anni di ritardo rispetto alle pianificazioni precedenti. Secondo l’Autorità, la regolazione economica è risultata “di limitata efficacia”, incapace di evitare continue ripianificazioni con conseguente dilatazione dei tempi e dei costi.

Costi già pagati e conto ancora aperto

La gestione della stagione nucleare italiana ha già avuto un impatto rilevante sui contribuenti. Circa 5 miliardi di euro sono stati sostenuti finora attraverso bollette elettriche (fino al 2022) e bilancio dello Stato (dal 2023). Per arrivare al cosiddetto “green field”, cioè alla restituzione dei siti alle condizioni originarie, serviranno almeno altri 6 miliardi, ai quali andranno aggiunti gli investimenti per il Deposito nazionale, per i quali non esiste ancora una stima aggiornata perché la società sta elaborando un nuovo business plan.

Questo spostamento degli oneri dalla bolletta alla fiscalità generale ha ridotto l’impatto diretto su famiglie e imprese, ma non cambia la sostanza: si tratta comunque di risorse pubbliche che richiedono efficienza gestionale e tempi certi.

Il nodo irrisolto del Deposito nazionale

La criticità più evidente riguarda la realizzazione del Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi, infrastruttura indispensabile non solo per chiudere il ciclo nucleare ma anche per la sicurezza del Paese. Nonostante la pubblicazione della Carta delle aree potenzialmente idonee e di quella delle aree idonee, il sito definitivo non è stato ancora individuato.

Sogin prevede ora il completamento dell’opera nel 2041, con il rischio di costi aggiuntivi legati al rientro dei rifiuti attualmente stoccati all’estero. L’Autorità sottolinea che il Deposito è necessario anche per i rifiuti prodotti ogni anno da attività mediche, industriali e di ricerca, che rappresenteranno circa il 40% del volume totale da stoccare. Non è quindi solo una questione energetica, ma di sicurezza nazionale e gestione ordinaria di materiali radioattivi.

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Inefficienze interne e governance da rivedere

Uno dei passaggi più significativi della memoria riguarda le cause dei ritardi. L’Autorità richiama esplicitamente le “inefficienze interne” della società e il “frequente avvicendamento dei vertici”, che avrebbero inciso sulla programmazione strategica e sulla continuità delle politiche aziendali.

Il risultato, secondo il regolatore, è che l’azione di controllo finalizzata a responsabilizzare la società sugli obiettivi è stata “indebolita se non addirittura neutralizzata”. Da qui la richiesta di una svolta: una governance unitaria che coordini sicurezza, regolazione economica e obiettivi industriali, superando l’attuale frammentazione di competenze tra istituzioni.

Il paradosso del ritorno al nucleare

Il contesto politico rende il dossier ancora più delicato. Il Parlamento sta discutendo le norme sul nucleare di nuova generazione e l’energia atomica viene considerata una componente potenziale del futuro mix energetico a basse emissioni. La stessa Autorità ricorda che il nucleare può contribuire alla sicurezza degli approvvigionamenti e alla decarbonizzazione, in linea con gli obiettivi europei.

Proprio per questo, il messaggio che emerge dal documento è chiaro: non è credibile costruire il futuro nucleare se non si dimostra di saper gestire in modo efficiente quello del passato. Accelerare il decommissioning e realizzare rapidamente il Deposito nazionale diventano quindi condizioni preliminari per qualsiasi strategia energetica di lungo periodo.

Una priorità strategica che richiede efficienza

Il punto non è mettere in discussione il ruolo del nucleare, ma garantire che le strutture pubbliche incaricate siano all’altezza della sfida. In un settore ad alta intensità di capitale e tecnologia, ritardi cronici e costi fuori controllo rischiano di compromettere la credibilità dell’intero sistema Paese.

Per questo la richiesta di Arera al decisore politico è netta: imprimere una svolta alla gestione del decommissioning, a partire dalla realizzazione del Deposito nazionale, perché solo con tempi certi, responsabilità chiare e controllo coordinato sarà possibile chiudere definitivamente la stagione nucleare del passato e aprire, eventualmente, quella futura.

Enrico Foscarini, 20 febbraio 2026

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