A GRANDE RICHIESTA

Nucleare: come funziona, quanto costa e perché conviene

Un'analisi di fissione, SMR, AMR e fusione tra efficienza, durata, breakeven e bollette meno care per 400 miliardi

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nucleare nuovo

Per la seconda puntata di “A grande richiesta” rispondiamo al commento di un lettore all’articolo relativo a Cremona come città potenzialmente idonea a ospitare una nuova centrale a fusione nucleare. L’utente chiedeva di spiegare bene le differenze fra le varie tecnologie per non scatenare le solite (e male informate) proteste ambientaliste.  Ed eccoci qui. Oggi non si parla più solo delle grandi centrali a fissione del Novecento, ma di un ecosistema tecnologico che include reattori modulari, soluzioni avanzate di IV generazione e la prospettiva della fusione nucleare. Secondo l’Associazione Italiana Nucleare, il nucleare moderno non è una spesa, ma “un investimento infrastrutturale a lunghissimo termine capace di generare benefici economici, industriali e sociali”.

Centrali a fissione tradizionale

Le centrali a fissione tradizionale funzionano grazie alla scissione dell’Uranio-235, un processo che libera grandi quantità di calore trasformato poi in elettricità. Questa tecnologia, utilizzata da decenni, rappresenta ancora oggi circa il 10% della produzione elettrica mondiale. Il nocciolo del reattore è il cuore del sistema, mentre il moderatore rallenta i neutroni e il refrigerante trasporta il calore verso le turbine.

Dal punto di vista economico, una grande centrale richiede investimenti iniziali molto elevati, compresi tra 6 e 9 miliardi di euro, e tempi di costruzione lunghi (anche se, ad esempio, riutilizzare le vecchie centrali italiane in fase di dismissione installandovi nuovi reattori accorcerebbe di gran lunga i processi che potrebbero concludersi in 2-3 anni). Tuttavia, una volta entrata in funzione, può operare per 60-80 anni con costi operativi bassissimi. L’efficienza termica si attesta intorno al 33-35%, un valore stabile ma inferiore alle nuove soluzioni in fase di sviluppo.

Resta, tuttavia, il problema del Deposito Nazionale delle scorie che è un obbligo europee ma che nessun governo vuole realizzare perché le popolazioni delle aree idonee non lo vogliono. Anche se l’impatto ambientale è bassissimo e la sicurezza massima(i fusti con i materiali vengono depositati in blocchi di calcestruzzo armato che poi vengono interrati), la disinformazione sulla materia – spinta dalla propaganda ambientalista – ha spaventato la politica che si guarda bene dal prendere una decisione. Il Deposito serve anche in vista della realizzazione di SMR, meno per gli AMR che producono meno residui.

SMR: il nucleare diventa industriale

Gli Small Modular Reactors rappresentano l’evoluzione naturale della fissione. Sono reattori più piccoli, con una potenza fino a 300 MW, progettati per essere costruiti in fabbrica e assemblati sul sito. Questo approccio riduce drasticamente tempi e incertezze, portando la realizzazione a 3-5 anni contro oltre un decennio delle grandi centrali.

Il vero punto di forza degli SMR è la sicurezza passiva. In caso di guasto, molti modelli si spengono automaticamente senza bisogno di interventi umani o alimentazione esterna. Dal punto di vista economico, il costo di un singolo modulo varia tra 1,5 e 2,5 miliardi di euro, con una durata di circa 60 anni. Il costo dell’energia prodotta tende a scendere nel tempo grazie alla produzione in serie, anticipando il punto di pareggio economico rispetto al nucleare tradizionale.

AMR: i reattori avanzati

Gli Advanced Modular Reactors, spesso indicati come reattori di IV generazione, segnano un salto tecnologico decisivo. Utilizzano refrigeranti innovativi come piombo liquido o sali fusi, consentendo di lavorare a temperature molto più elevate rispetto all’acqua. Questo permette non solo di produrre elettricità, ma anche calore industriale ad alta temperatura, fondamentale per settori difficili da decarbonizzare.

Secondo l’AIN, gli AMR possono raggiungere un’efficienza complessiva vicina all’80% quando elettricità e calore vengono sfruttati insieme. Un altro aspetto chiave è la capacità di “bruciare” parte delle scorie dei vecchi reattori, riducendo in modo significativo il problema dei rifiuti radioattivi. I costi di costruzione sono ancora in fase di stima, ma l’obiettivo industriale è un costo dell’energia inferiore ai 60 euro per MWh, con tempi di ritorno economico stimati tra 8 e 10 anni.

Fusione nucleare: il Sole sulla Terra

La fusione nucleare unisce isotopi leggeri dell’idrogeno per produrre elio, replicando il processo che alimenta le stelle. A differenza della fissione, non esiste il rischio di incidenti catastrofici perché la reazione si arresta spontaneamente in assenza di condizioni estreme.

La via più avanzata è quella del confinamento magnetico, seguita da progetti come ITER e dal programma italiano DTT di Frascati. L’Italia gioca un ruolo centrale fornendo magneti superconduttori di altissimo livello. Tuttavia, la fusione rimane una tecnologia di medio-lungo periodo, con i primi prototipi commerciali attesi tra il 2040 e il 2050. I costi attuali sono legati esclusivamente alla ricerca, ma il potenziale energetico è immenso.

Perché il nucleare conviene nel lungo periodo

Il tratto comune di tutte le tecnologie nucleari è l’elevato investimento iniziale compensato da costi marginali estremamente bassi. Secondo lo studio TEHA-Edison, il breakeven di una centrale nucleare avviene generalmente tra il quindicesimo e il ventesimo anno di esercizio. Da quel momento in poi, l’impianto produce energia a costi stabili per decenni.

Questo meccanismo genera un vantaggio collettivo. Le aziende energetiche ottengono rendimenti prevedibili, mentre imprese e cittadini beneficiano di prezzi meno volatili. L’AIN stima che l’introduzione del nuovo nucleare nel mix italiano potrebbe portare a un risparmio di oltre 400 miliardi di euro entro il 2050 rispetto a uno scenario basato solo su rinnovabili e accumuli.

Il nucleare nei distretti industriali

Il futuro del nucleare in Italia non passa da grandi centrali isolate, ma dall’integrazione nei distretti industriali energivori. Nel distretto ceramico di Sassuolo, ad esempio, un AMR potrebbe fornire calore continuo a oltre 600 gradi direttamente alle fabbriche, aumentando l’efficienza complessiva e garantendo contratti energetici stabili a lungo termine. Ai prezzi attuali parleremmo di un costo dell’energia compreso tra 60 e 70 euro/Megawattora, dunque più basso del 30% e soprattutto comparabile con i benefici delle fonti rinnovabili. L’eolico e il fotovoltaico sono convenienti ma la realizzazione dei sistemi di accumulo (le batterie, necessarie a evitare quanto accaduto in Spagna ad aprile) e i sussidi agli impianti fanno aumentare i costi su livelli simili a quelli del nucleare. Senza contare che il leader mondiale degli accumulatori è la Cina, mentre quelle per il nucleare sono tecnologie proprietarie italiane.

Nel caso dell’acciaio, un SMR o un AMR dedicato consentirebbe di produrre idrogeno ad alta efficienza senza dipendere dal gas. Il tutto con un ingombro ridottissimo, pari a pochi ettari, perfettamente compatibile con le aree industriali esistenti.

Enrico Foscarini, 18 dicembre 2025

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