La nuova impostazione che arriva da Bruxelles introduce una parziale flessibilità nell’ambito del piano Safe per la difesa, ma lo fa allargando ulteriormente il recinto del dirigismo comunitario. La Commissione Europea ha deciso di agganciare una quota delle spese per la difesa anche al settore energetico. Nel dettaglio, all’interno della clausola di salvaguardia nazionale (pari all’1,5% del Pil), viene concessa la possibilità di inserire interventi legati al caro energia, con deroghe microscopiche: fino a uno 0,3% annuo tra il 2026 e il 2028, per un tetto massimo cumulato dello 0,6%. Si tratta di una cifra massima di 14 miliardi di euro nel triennio con un tetto annuo a 7 miliardi.
In sostanza, gli Stati che non si trovano in procedura di infrazione (l’Italia potrebbe uscire a settembre con la revisione del deficit/Pil 2025) potranno utilizzare questi mini-margini per fare nuovo deficit a partire dall’anno in corso. Se il nostro Paese restasse in procedura d’infrazione e accedesse a questa possibilità, ritarderebbe l’uscita dal sentiero di coloro che “devono fare i compiti a casa”. Attenzione, però: i fondi non saranno a disposizione del libero mercato o delle priorità nazionali, ma dovranno essere rigorosamente “mirati, temporanei e coerenti” con l’agenda green di Bruxelles. L’obiettivo dichiarato è “rafforzare la resilienza strutturale del sistema energetico europeo e accelerare la transizione dai fossili”, traducendosi di fatto nell’ennesima pianificazione centralizzata della spesa.
Il catalogo di Bruxelles: sì ai sussidi green, vietato tagliare le tasse
Il perimetro della nuova flessibilità svela la vera natura della politica economica europea. Sarà possibile spendere questi preziosi decimali di PIL solo per finanziare la lista della spesa decisa dai burocrati: incentivi statali per veicoli elettrici, batterie, pannelli solari, potenziamento delle reti pubbliche e sistemi di accumulo. L’obiettivo esplicito della Commissione Europea è vietare tassativamente i sussidi generalizzati ai consumi di petrolio e gas, bollando come fumo negli occhi qualsiasi misura che possa ridare potere d’acquisto immediato a cittadini e imprese attraverso il mercato.
La trappola burocratica è servita: la deroga riguarderà esclusivamente le nuove iniziative avviate dopo febbraio 2026 e sarà blindata da obblighi di rendicontazione soffocanti. Le procedure ricalcano il complesso iter della difesa: richiesta formale dello Stato membro, scrutinio e valutazione della Commissione, e infine l’approvazione del Consiglio a maggioranza qualificata. Una trafila che garantisce mesi di stallo prima di vedere un solo euro sul territorio.
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Il punto politico: la flessibilità è solo una concessione condizionata
La narrazione ufficiale celebra l’apertura di un nuovo spazio di manovra per affrontare i prezzi folli dell’energia senza violare i vincoli di bilancio. La realtà, letta con lenti liberali, è ben diversa. Il meccanismo decisionale conferma che l’Unione Europea non ha alcuna intenzione di cedere sovranità fiscale: è sempre Bruxelles a stabilire dall’alto cosa sia “giusto” finanziare, in quali tempi e con quali modalità.
In altre parole, anche quando il Patto di stabilità si allarga, lo fa per assecondare la logica del controllo centrale e della spesa pubblica orientata dallo Stato. Questa dinamica rende evidente come la flessibilità europea non equivalga mai a una reale autonomia di scelta per i contribuenti, ma a una concessione vigilata da spendere esclusivamente nei settori politicamente graditi alla Commissione.
Il caso italiano: l’illusione dei voucher e il nodo irrisolto delle accise
Sul fronte interno, questo impianto stringente si scontra con il dibattito italiano sul caro carburanti e sul peso intollerabile delle accise. Dopo mesi di micro-interventi temporanei, il governo si trova con le mani legate: l’Europa e la stessa Banca d’Italia spingono per l’eliminazione di qualsiasi sconto generalizzato alla pompa, giudicato “incoerente” con la transizione ecologica.
L’idea che si sta consolidando a Palazzo Chigi – per assecondare i desiderata europei – è quella di abbandonare i tagli fiscali per concentrarsi su aiuti selettivi e voucher mirati per le fasce più deboli. Si passa così da una saggia riduzione della pressione fiscale (il taglio delle accise) a una logica assistenzialista di redistribuzione tramite bonus. Senza lo spazio strutturale per un taglio shock delle tasse, la politica economica nazionale resta condannata a muoversi dentro binari strettissimi e con il fiato corto.
Una “mini-clausola” che blinda lo status quo della spesa pubblica
Nel complesso, la nuova deroga sull’energia non è una vittoria dell’autonomia, ma l’estensione di un modello centralista: una “mini-clausola” che permette agli Stati di fare più debiti, a patto che spendano come vuole Bruxelles.
Il risultato è un sistema asfittico in cui i governi nazionali abdicano al ruolo di legislatori fiscali per trasformarsi in semplici esecutori di direttive comunitarie, sotto supervisione costante. Una dinamica che, al di là dei tecnicismi contabili, conferma come il baricentro delle decisioni economiche resti saldamente nelle mani dei regolatori europei, a tutto svantaggio della concorrenza, delle riduzioni fiscali e della libertà d’impresa.
Enrico Foscarini, 2 giugno 2026
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