Economia

L’Ue ci dà flessibilità. Ma per il green, non per i carburanti

La Ue concede margini solo per investire, non per tamponare l’emergenza. E mentre l’Italia resta sotto procedura, il caro-energia continua a mordere

Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI
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Prima di stappare lo champagne, meglio leggere bene la nota in piccolo. Da Bruxelles arriva sì un’apertura sul dossier energia, ma siamo lontani dalla svolta che qualcuno potrebbe vendere come un trionfo italiano. La Commissione Ue, dopo trattative e valutazioni andate avanti fino all’ultimo, sarebbe orientata a concedere una “certa” flessibilità sulle spese energetiche. Ma attenzione: non per tutto, non subito e non per mettere soldi freschi nelle bollette di famiglie e imprese. La porta si aprirebbe solo sugli investimenti green.

Tradotto: se l’Italia sperava in margini più larghi per interventi immediati contro il caro-energia, dovrà ridimensionare le aspettative. Bruxelles sembra pronta ad accogliere solo una parte della richiesta italiana, inserendo gli investimenti energetici dentro la clausola di salvaguardia già prevista per derogare al Patto nel caso delle spese per la difesa. Una mezza apertura, insomma. O, se preferite, il solito compromesso europeo: abbastanza per dire che qualcosa si è mosso, troppo poco per dire che il problema è risolto.

Il punto è proprio questo. Il caro-energia è un’emergenza che morde adesso. Le imprese pagano adesso. Le famiglie pagano adesso. La competitività italiana si gioca adesso. E invece la risposta rischia di essere ancora una volta spostata sul terreno degli investimenti futuri, dei programmi, delle linee europee, dei fondi da riprogrammare, delle solite architetture finanziarie che sembrano sempre imponenti sulla carta e poi, alla prova dei fatti, arrivano tardi o non arrivano affatto.

Nei giorni scorsi i riflettori erano puntati anche sull’ipotesi di una linea di credito specifica per l’energia. Sarebbe stata una misura diversa dalla semplice possibilità, già evocata dall’esecutivo Ue, di riprogrammare i fondi di Coesione verso il capitolo energetico. Ma al momento non è chiaro se questa idea verrà davvero confermata. E già questo dice molto: quando l’emergenza è concreta, la risposta europea resta avvolta nel condizionale.

A fine aprile Ursula von der Leyen aveva ricordato che nei vari programmi europei ci sarebbero 300 miliardi disponibili per investimenti in energia, di cui 95 miliardi non ancora investiti. Numeri enormi, come sempre. Poi però si scopre che gran parte di quelle risorse sono prestiti del Recovery, fondi di Coesione e Modernisation Fund. Quest’ultimo, per inciso, non riguarda l’Italia, essendo destinato ai Paesi con Pil pro capite inferiore al 75% della media Ue nel periodo di riferimento usato dalla direttiva Ets, cioè il 2013. Non solo.

Bruxelles starebbe pensando ad una flessibilità temporanea per il 2026 e 2027 dello 0,3%, ma solo per le spese legate agli investimenti per la decarbonizzazione e l’efficientamento energetico. Flessibilità sì, insomma. Ma non per il taglio delle accuse. L’Italia dovrebbe quindi attivare la clausola dell’1,5% per la Difesa e all’interno di questo potrebbe utilizzare lo 0.3%, cioè 6,5-7 miliardi all’anno, per l’energia verde.

Ecco allora il rischio: spacciare per grande risultato una soluzione che, nella migliore delle ipotesi, finanzia investimenti di medio-lungo periodo e, nella peggiore, diventa l’ennesima castroneria green. Bellissima nei comunicati, inutile nel tamponare l’emergenza. Perché una fabbrica che oggi paga energia a prezzi insostenibili non viene salvata da un piano che forse produrrà effetti tra anni. E una famiglia con le bollette alte non si consola sapendo che da qualche parte, in qualche programma europeo, esistono miliardi teoricamente disponibili. La linea della Commissione, del resto, appare chiara: investimenti sì, sussidi no. Lo ha ribadito anche Valdis Dombrovskis, chiedendo che le misure contro il caro-energia siano “temporanee e mirate”. Poi ha aggiunto: “Si tratta di uno shock dell’offerta e non si può risolvere uno shock dell’offerta stimolando la domanda”. E ancora, bisogna considerare “anche delle esigenze di sostenibilità fiscale”.

Sul piano teorico, il ragionamento può anche avere una sua logica. Ma la politica non può vivere solo di teoria. Se il problema è l’offerta, allora servono più produzione, più infrastrutture, più diversificazione, più realismo energetico. Non bastano le formule rituali sulla transizione, né i soliti vincoli che finiscono per rendere l’Europa bravissima a raccomandare prudenza e molto meno brava a garantire energia a prezzi competitivi.

Nel frattempo l’Italia resta sotto osservazione. Nel pacchetto di Primavera del Semestre Europeo dovrebbe essere confermata la procedura per deficit eccessivo, alla luce del deficit al 3,1% del Pil nel 2025. Eventuali miglioramenti saranno valutati in autunno. Bruxelles dovrebbe inoltre ribadire la raccomandazione al consolidamento dei conti e al rispetto del percorso di rientro concordato con il Consiglio il 21 gennaio 2025.

Quel percorso stabilisce un limite massimo alla crescita della spesa pubblica netta: 1,3% nel 2025, 1,6% nel 2026, con una traiettoria gradualmente meno restrittiva man mano che il deficit si avvicina alla soglia del 3%. Il problema è che i dati del Dfp mostrano per il 2025 una crescita della spesa netta dell’1,9%, quindi oltre il limite previsto. La Commissione dovrà valutarlo, tenendo però conto anche dell’accelerazione nell’assorbimento dei fondi del Pnrr, che il quadro europeo consente di sottrarre dal calcolo.

Non scatteranno comunque conseguenze automatiche. Le nuove regole prevedono un “conto di controllo” — il cosiddetto “control account” — che registra gli scostamenti rispetto al percorso concordato. Una deviazione superiore allo 0,3% del Pil su base annua o allo 0,6% in termini cumulati può aprire un esame formale. Ma anche qui Bruxelles precisa. “Non c’è alcun automatismo che consenta di parlare di un margine di scostamento possibile dello 0,3%”, spiega un funzionario europeo: “La Commissione deve comunque valutare se il Paese ha adottato misure efficaci per rispettare il percorso di aggiustamento concordato”.

Morale: l’Italia ottiene forse un po’ di spazio, ma dentro una gabbia che resta stretta. E sull’energia la soluzione vera non può essere l’ennesimo giro di parole tra flessibilità, clausole, investimenti e fondi da riallocare. Serve una risposta capace di incidere subito sui costi e, insieme, una strategia energetica meno ideologica.

Per ora, invece, siamo al solito film europeo: grandi numeri, molta prudenza, poco ossigeno immediato. Altro che trionfo. Qui c’è da sperare che la toppa non sia peggiore del buco.

Franco Lodige, 2 giugno 2026

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