La risposta da Bruxelles della Commissione europea alla lettera inviata da Giorgia Meloni era prevedibile, ma non per questo meno problematica. Di fronte alla richiesta italiana di estendere anche alla crisi energetica la flessibilità prevista per le spese per la difesa, Bruxelles ha scelto la linea della prudenza burocratica: nessuna apertura esplicita, nessun segnale politico vero, soltanto il richiamo ai fondi già esistenti e alle “flessibilità esistenti”.
La Commissione ha spiegato che “il nostro focus ora è sull’utilizzo dei fondi del bilancio Ue e altri fondi europei disponibili che ammontano a 95 miliardi di euro”, invitando gli Stati membri a utilizzare le risorse già stanziate. Parallelamente Bruxelles insiste sul fatto che “siamo pronti a usare la flessibilità esistente” e che resta disponibile il quadro sugli aiuti di Stato per sostenere investimenti nel settore energetico.
Il punto, però, è proprio questo: l’Italia non sta chiedendo nuovi trasferimenti europei, ma margini temporanei di manovra per affrontare una crisi eccezionale senza compromettere la stabilità economica interna. E la differenza non è marginale.
Conti in ordine, ma nessun margine per reagire
Da un punto di vista rigorosamente liberale, tenere sotto controllo i conti pubblici resta una precondizione essenziale per qualsiasi politica economica credibile. Senza disciplina fiscale non esiste crescita duratura, né capacità di investimento efficiente. Tuttavia, il problema emerge quando regole pensate per garantire stabilità finiscono per impedire qualsiasi risposta anticiclica persino davanti a shock esterni di portata sistemica.
L’Italia, piaccia o meno, sta rispettando i parametri europei molto più di quanto abbia fatto in passato. Il deficit/Pil indicato nel Dfp per il 2026 si attesta al 2,9%, con Roma impegnata a mantenere il disavanzo sotto la soglia critica del 3%. Eppure, proprio mentre il governo cerca le coperture per prorogare il taglio delle accise sui carburanti e contenere gli effetti del caro energia, Bruxelles continua a rispondere indicando fondi già stanziati o strumenti ordinari.
È difficile non vedere una contraddizione. Se persino un Paese che si muove dentro i vincoli del Patto di stabilità non ottiene alcun margine aggiuntivo in una fase di potenziale emergenza energetica, quale spazio reale resta agli Stati membri? E soprattutto: cosa accadrà quando a chiedere flessibilità saranno economie molto più fragili sul piano fiscale, come la Francia?
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Il rischio di un’Europa costruita per i Paesi frugali
La sensazione crescente è che l’architettura europea continui a favorire implicitamente i Paesi con maggior spazio fiscale e penalizzi invece quelli con alto debito ma forte struttura industriale. Questo produce un paradosso politico ed economico: si invoca continuamente una maggiore integrazione europea, ma poi si lasciano gli Stati senza strumenti concreti per reagire a crisi comuni.
Nel caso italiano il problema è ancora più evidente perché si parla della seconda manifattura d’Europa. Un sistema produttivo che dipende fortemente dall’energia e che rischia di subire contraccolpi pesanti se il petrolio continuerà a salire mentre le scorte globali si riducono. Secondo Ubs, entro fine maggio le riserve mondiali potrebbero scendere ai livelli più bassi dal 2016, con il Brent ormai stabilmente sopra i 100 dollari al barile.
In questo scenario, per Bruxelles limitarsi a dire che esistono “95 miliardi ancora disponibili” nei fondi europei appare insufficiente. Anche perché quei fondi sono spesso vincolati, lenti da spendere e inadatti a rispondere a shock immediati sui costi energetici.
La primazia tedesca dietro il rigore europeo
C’è poi un altro elemento politico che emerge con sempre maggiore chiarezza. Ursula von der Leyen non appartiene alla stessa famiglia politica di Meloni, ma senza il sostegno della premier italiana il suo secondo mandato sarebbe stato molto più complicato. Naturalmente in politica la riconoscenza conta poco. Conta però il funzionamento concreto degli equilibri europei.
E l’impressione è che continui a prevalere una visione fortemente modellata sugli interessi tedeschi. La Germania dispone di una posizione fiscale incomparabilmente più forte, può finanziarsi a condizioni favorevoli e beneficia di decenni di avanzi industriali accumulati. L’Italia, al contrario, convive con una spesa corrente elevata ma continua comunque a investire una quota significativa delle proprie risorse in infrastrutture e sostegno produttivo.
Non significa che Roma abbia automaticamente ragione e Berlino torto. Ma almeno dovrebbe essere riconosciuta la differenza tra chi ignora sistematicamente i vincoli e chi, pur tra mille difficoltà, cerca di rispettarli. Anche perché il peso del Superbonus continua ancora oggi a gravare artificialmente sui conti italiani per effetto delle modalità con cui è stato contabilizzato dalla Ragioneria. Bruxelles però fa finta di niente.
Se la flessibilità vale solo per la difesa, allora va detto chiaramente
Il rischio è che Bruxelles stia mandando un messaggio molto preciso: le uniche spese considerate strategiche sono quelle militari, mentre tutto il resto – energia compresa – resta subordinato ai vincoli ordinari del Patto. Se è così, sarebbe forse più onesto dirlo apertamente.
Perché altrimenti il paradosso diventa evidente: l’Italia potrebbe ottenere maggiore libertà fiscale soltanto entrando in recessione e facendo saltare automaticamente i parametri europei. Una logica che finisce per trasformare il Patto di stabilità da strumento di disciplina a meccanismo prociclico. E questo non ha molto a che vedere né con il rigore liberale né con una vera integrazione europea.
Enrico Foscarini, 18 maggio 2026
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