Per l’Italia, come direbbe Lino Banfi, sono volatili per diabetici in Europa. “Secondo il braccio correttivo del Patto di stabilità e crescita, gli Stati membri soggetti a una procedura per disavanzo eccessivo dovrebbero rispettare il percorso correttivo raccomandato dal Consiglio, definito in termini di crescita della spesa netta”. È un richiamo formale, ma anche sostanziale, quello che arriva dalla Commissione europea. Tradotto: gli spazi di manovra per nuovi scostamenti di bilancio sono limitati, e ogni intervento deve restare entro confini ben precisi.
La stessa Commissione chiarisce che “gli Stati membri possono adottare le misure fiscali che ritengono necessarie per sostenere le famiglie e le imprese vulnerabili”, ma solo se compatibili con i vincoli su spesa e diritto europeo. Non è una chiusura totale, ma una flessibilità condizionata, che di fatto riduce al minimo le possibilità di intervento espansivo.
Energia, inflazione e vincoli: un equilibrio sempre più fragile
Il punto critico è che questa impostazione si scontra con una realtà economica tutt’altro che ordinaria. Il caro energia continua a comprimere margini e consumi, mentre le tensioni internazionali mantengono alta l’incertezza. Non a caso, da Bruxelles arriva anche l’indicazione che ogni intervento debba essere “mirato, temporaneo” e non incidere sulla domanda di combustibili fossili.
In teoria è una linea coerente. In pratica, rischia di tradursi in un’azione troppo debole rispetto alla portata dello shock economico. E infatti l’Italia, dopo i due decreti Carburanti, ha sostanzialmente esaurito lo spazio di intervento diretto.
Il nodo italiano: conti sotto controllo, ma zavorrati dal passato
C’è però un elemento che cambia completamente la lettura del caso italiano. I numeri della finanza pubblica non raccontano un Paese fuori controllo, ma un sistema appesantito da eredità molto precise, prima fra tutte quella del Superbonus.
Come ha chiarito il ministro dell’Economia, “i dati del debito del 2025, 2026 e 2027 risentono ancora del vecchio Superbonus”, con un impatto che vale decine di miliardi nei prossimi anni. Senza questo fattore, la traiettoria del debito sarebbe stata discendente. Non è un dettaglio, ma una distinzione fondamentale tra gestione corrente e effetti trascinati.
Eppure il giudizio europeo resta ancorato a parametri rigidi. Il risultato è un paradosso evidente: un Paese che ha corretto i conti continua a essere trattato come un sorvegliato speciale, mentre altri in passato hanno beneficiato di maggiore elasticità.
Rigore sì, ma senza negare la realtà
Il tema, allora, non è mettere in discussione la disciplina di bilancio. Nessuno ignora che “stringere la cinghia” quando necessario sia parte di una gestione responsabile. Ma qui il punto è un altro: quando il rigore diventa rigidità, smette di essere uno strumento e diventa un vincolo cieco.
Le parole del ministro sono chiare: “Non vediamo circostanze normali ma di tipo totalmente eccezionale”. E in un contesto eccezionale, pretendere risposte standard rischia di essere controproducente.
Leggi anche:
- Quanto crescerà l’Italia? Le stime del governo (e cosa potrà fare su tasse e redditi)
- Giorgetti schiacciato dalla Germania e dai suoi errori
- Perché l’Italia supera il deficit/pil? Il M5S chieda a Conte: “Colpa del superbonus”
- Il rapporto Deficit/Pil resta al 3,1%. Cosa cambia ora per l’Italia?
Europa davanti a un bivio: flessibilità o irrilevanza
La richiesta italiana non è di deroghe indiscriminate, ma di adattamento. “Non è accettabile la rigidità di fronte a un mondo completamente cambiato”, è il senso politico della posizione espressa dal governo.
Se questa apertura non dovesse arrivare, lo scenario cambia. “Ci muoveremo da soli? Non lo escluderei”. Non è una provocazione, ma la presa d’atto che l’inazione ha un costo economico e sociale crescente.
Crescita debole e priorità reali
Nel frattempo, i numeri macroeconomici segnalano un rallentamento. La crescita resta modesta, mentre inflazione ed energia continuano a pesare. “Se aumentano i prezzi dell’energia e dell’inflazione non posso dire che non è cambiato niente”.
La priorità è quindi evidente: difendere il potere d’acquisto e la competitività, evitando interventi che gonfino la spesa improduttiva. Un equilibrio difficile, ma inevitabile.
Oltre i numeri: una questione di fiducia
Alla fine, la questione va oltre deficit e percentuali. Riguarda il modo in cui un Paese viene trattato dentro un sistema comune. L’Italia paga errori passati, ma ha dimostrato negli ultimi anni una linea di maggiore disciplina e responsabilità.
Continuare a ignorarlo rischia di alimentare una frattura. Perché se le regole non tengono conto della realtà, prima o poi la realtà presenta il conto. E a quel punto, la tentazione dell’“ognuno per sé” smette di essere uno slogan e diventa una possibilità concreta.
Enrico Foscarini, 24 aprile 2026
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).
Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI


