La crisi internazionale legata alla guerra in Iran potrebbe avere effetti diretti anche sui conti pubblici italiani. Secondo un’analisi del Centro studi Unimpresa, una eventuale sospensione del Patto di stabilità europeo potrebbe liberare fino a 28 miliardi di euro di spazio fiscale per l’Italia, offrendo un margine di intervento decisivo in una fase di forte incertezza economica.
L’ipotesi si inserisce in un contesto segnato da tensioni geopolitiche, rischi energetici e rallentamento della crescita. In questo scenario, l’Europa potrebbe essere chiamata a replicare quanto già fatto durante la pandemia, quando le regole di bilancio furono temporaneamente sospese per fronteggiare una crisi sistemica.
Tre scenari per il deficit: da 4 a 28 miliardi di margine
L’analisi di Unimpresa individua tre possibili livelli di flessibilità, legati all’intensità dello shock economico e alla risposta delle istituzioni europee.
Nel caso più prudente, il deficit italiano salirebbe al 3% del Pil, poco sopra il 2,8% previsto. Questo garantirebbe circa 4,6 miliardi di euro aggiuntivi, sufficienti per interventi mirati come il sostegno alle famiglie più fragili o alle imprese energivore.
Uno scenario intermedio, con deficit al 3,4% del Pil, porterebbe a 13,9 miliardi di euro. In questo caso si potrebbe parlare di una vera manovra anti-crisi, capace di contenere l’impatto del caro energia, sostenere la liquidità delle imprese e proteggere il potere d’acquisto.
L’ipotesi più espansiva prevede invece un deficit al 4% del Pil, con uno spazio fiscale vicino ai 28 miliardi di euro. Una cifra che consentirebbe non solo misure emergenziali, ma anche una strategia anticiclica più ampia, con investimenti pubblici e interventi strutturali.
Il ruolo decisivo dell’Europa
Una sospensione del Patto di stabilità non è automatica. Richiede il riconoscimento di uno shock grave e diffuso a livello europeo, come accaduto nel 2020. Oggi, tuttavia, appare più probabile una flessibilità mirata e temporanea, piuttosto che una sospensione generalizzata delle regole fiscali.
Il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi, sottolinea la necessità di un intervento coordinato: “L’Europa ha dimostrato, nel momento più buio della pandemia, di saper mettere da parte le rigidità burocratiche per rispondere con strumenti all’altezza della crisi. Oggi, di fronte a uno shock geopolitico ed energetico che rischia di colpire duramente le nostre imprese e le nostre famiglie, quella stessa Europa è chiamata a dare un segnale analogo di maturità e coesione”.
Secondo Longobardi, “garantire agli Stati nazionali spazi fiscali aggiuntivi non è un cedimento alla irresponsabilità finanziaria: è una scelta di politica economica razionale”, evidenziando come il rigore non possa diventare un dogma in presenza di crisi straordinarie.
Energia, inflazione e crescita: i fattori chiave
La possibilità di allentare i vincoli europei dipenderà soprattutto dagli effetti della crisi sull’economia reale. Un conflitto con impatti significativi su prezzi dell’energia, inflazione e commercio internazionale potrebbe giustificare una nuova deroga alle regole di bilancio.
Ogni decimale di deficit aggiuntivo vale oltre 2,3 miliardi di euro, considerando un Pil nominale italiano stimato in circa 2.323 miliardi nel 2026. Questo rende evidente quanto anche piccole variazioni possano tradursi in risorse rilevanti per la politica economica.
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Debito pubblico: una fragilità strutturale
Il dibattito sulla flessibilità fiscale si inserisce in un quadro di lungo periodo complesso. Il rapporto debito/PIL italiano resta tra i più elevati in Europa, superiore al 130% negli ultimi anni e con un picco del 154% nel 2020.
La riduzione recente è stata favorita soprattutto dall’inflazione, che ha gonfiato il Pil nominale senza ridurre il debito in valore assoluto, ormai oltre i 3.000 miliardi. Questo significa che l’Italia resta esposta a shock esterni, come quello energetico, che potrebbero invertire rapidamente la traiettoria.
Il precedente della pandemia
Durante l’emergenza Covid, l’Italia ha registrato deficit superiori al 9% del Pil, grazie a una sospensione quasi totale delle regole europee. Tuttavia, quel contesto era caratterizzato da una recessione senza precedenti e da misure straordinarie come il Superbonus.
Oggi lo scenario è diverso: una crisi energetico-geopolitica, pur severa, difficilmente porterà a livelli di deficit analoghi. Più realistico è un approccio intermedio, con margini tra 10 e 15 miliardi, considerato il più plausibile in caso di deterioramento significativo ma non sistemico.
Il nodo politico europeo
Il confronto tra i principali Paesi europei rende il quadro ancora più complesso. La Germania, con conti pubblici più solidi, ha meno interesse a una sospensione generalizzata del Patto. Al contrario, Francia e Italia, entrambe sopra i limiti, potrebbero spingere per maggiore flessibilità.
Questo equilibrio politico sarà decisivo. La possibilità di sbloccare risorse dipenderà non solo dai dati economici, ma anche dalla volontà di Bruxelles di riconoscere la crisi iraniana come uno shock straordinario.
Tra rigore e crescita: la scelta decisiva
Il punto centrale resta la capacità di reagire a uno shock esterno senza aggravare la situazione economica interna. Mantenere rigidamente il percorso di rientro del deficit potrebbe comprimere domanda e investimenti, mentre una maggiore flessibilità consentirebbe di assorbire l’urto senza sacrificare crescita e occupazione.
In definitiva, la partita si gioca tutta in Europa. Se la crisi dovesse intensificarsi, l’Italia potrebbe ottenere uno spazio fiscale compreso tra 5 e 28 miliardi di euro. Una leva fondamentale per evitare che una crisi geopolitica si trasformi in una nuova recessione economica.
Enrico Foscarini, 16 aprile 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


