L’Europa si trova, ancora una volta, davanti ad un bivio che non è solo economico, ma strategico. La nuova tensione sui mercati energetici tra instabilità geopolitica, colli di bottiglia logistici e ritorno della volatilità petrolifera sta riportando il costo dell’energia e dei carburanti su livelli incompatibili con una crescita stabile.
In questo contesto, la domanda non è ideologica ma operativa: ha ancora senso applicare rigidamente il Patto di Stabilità quando le sue regole rischiano di amplificare la crisi invece di contenerla?
Problema macro che colpisce il micro
Negli ultimi mesi si stanno ricreando condizioni simili, pur con caratteristiche diverse, a quelle delle grandi crisi energetiche del passato.
Alcuni dati aiutano a inquadrare il problema. Il petrolio Brent è tornato sopra i 100 dollari al barile in più scenari previsionali. L’energia pesa fino al 20-30 per cento dei costi operativi per molte PMI europee energivore. In Italia i carburanti incidono direttamente sulla logistica, che rappresenta circa il 10-15 per cento del costo finale di molti beni.
Tradotto: ogni shock energetico si trasmette rapidamente ai prezzi, ai margini delle imprese e al potere d’acquisto delle famiglie. In questo contesto, politiche fiscali restrittive rischiano di diventare pro-cicliche, cioè di aggravare il ciclo negativo.
Il limite strutturale del Patto di Stabilità
Il Patto di Stabilità nasce con un obiettivo corretto: evitare derive di finanza pubblica che mettano a rischio la sostenibilità del debito. Ma presenta un limite evidente: è costruito su parametri statici come deficit/Pil al 3 per cento e debito/Pil al 60 per cento che non tengono conto delle condizioni reali del ciclo economico.
Questo genera un paradosso operativo. Nei momenti di crescita i vincoli vengono spesso aggirati o ammorbiditi. Nei momenti di crisi, quando servirebbe flessibilità, diventano più stringenti. È quanto già osservato dopo il 2011 e, in parte, durante la crisi energetica del 2022.
Una sospensione mirata
Sospendere temporaneamente il Patto di Stabilità non è una scelta espansiva in senso ideologico. È una misura di stabilizzazione. Ci sono almeno tre motivi tecnici.
- Evitare una stretta fiscale in fase recessiva. Con energia e carburanti in aumento, le economie europee sono già sotto pressione. Ridurre la spesa pubblica o aumentare le entrate in questa fase significa comprimere ulteriormente la domanda interna. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, i moltiplicatori fiscali in fase recessiva possono superare 1,5. Ogni euro di taglio può ridurre il Pil di più di un euro.
- Proteggere la struttura produttiva. Le PMI europee, in particolare quelle italiane, operano con margini ridotti e forte esposizione ai costi energetici. Senza interventi pubblici aumentano le chiusure, si riduce la base produttiva e si erode il gettito fiscale futuro. È un classico caso in cui il rigore immediato produce instabilità futura.
- Gestire uno shock esogeno, non endogeno. La crisi energetica non nasce da squilibri fiscali interni, ma da fattori esterni come tensioni geopolitiche, controllo delle rotte energetiche e dinamiche globali dell’offerta. Applicare regole rigide a uno shock esogeno equivale a usare uno strumento inadatto.
Non sospendere, ma riformare
La vera questione non è più spesa o meno spesa. È qualità e funzione della spesa. Una revisione intelligente del Patto dovrebbe distinguere tra spesa corrente improduttiva e investimenti strategici come energia, infrastrutture e sicurezza economica.
Ad esempio, investimenti per ridurre la dipendenza energetica, sostegno temporaneo a imprese energivore e interventi su logistica e approvvigionamenti. Questi non sono costi, sono strumenti di stabilizzazione.
Il precedente recente
Durante la pandemia, la sospensione del Patto di Stabilità ha consentito interventi rapidi, sostegno a imprese e famiglie e una ripresa più veloce del previsto.
Il risultato è stato chiaro: il Pil europeo è rimbalzato con forza nel 2021 e nel 2022. Questo dimostra un punto spesso sottovalutato. La flessibilità, se ben utilizzata, non distrugge credibilità fiscale, la rafforza.
Conclusione: stabilità reale vs stabilità formale
Il Patto di Stabilità funziona solo se crea stabilità. Se in presenza di uno shock energetico contribuisce a comprimere crescita, investimenti e produzione, allora diventa controproducente.
La scelta oggi non è tra rigore e spesa. È tra stabilità formale, cioè rispettare parametri numerici, e stabilità reale, cioè proteggere economia e sistema produttivo. In una fase in cui energia e carburanti tornano a essere un fattore critico, la priorità dovrebbe essere chiara. Adattare le regole al ciclo, non il contrario.
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).
Da oggi puoi aggiungere Nicolaporro.it alle tue fonti preferite su Google visitando questa pagina e spuntando la checkbox a destra
Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


