Energia

L'ANALISI

Venezuela, senza Maduro cambia il mercato di petrolio e gas

Dopo la cacciata del dittatore chavista, il Paese latinoamericano diventa il nuovo fronte energetico globale. Per le Big Oil americane ed europee nuove opportunità

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L’arresto notturno del presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, catturato e trasferito negli Stati Uniti con l’accusa di narcotraffico internazionale, ha segnato una frattura storica nella politica latinoamericana. Donald Trump ha rivendicato l’operazione come coerente con una linea annunciata da anni, mentre il vicepresidente JD Vance ha parlato di una “operazione davvero impressionante”. Le reazioni internazionali, dalla condanna russa agli appelli europei al rispetto del diritto internazionale, mostrano quanto il Venezuela resti un nodo sensibile dell’equilibrio globale. Tuttavia, al di là della cronaca, il vero terreno su cui si gioca il futuro del Paese è quello energetico: petrolio e gas.

Le accuse di Trump: il petrolio “rubato” all’America

L’amministrazione Trump ha sempre sostenuto che il regime chavista abbia sottratto illegalmente ricchezza energetica agli Stati Uniti. Il riferimento centrale non è un saccheggio recente, ma la nazionalizzazione del 2007 voluta da Hugo Chávez, quando i giacimenti della Fascia dell’Orinoco furono espropriati a colossi americani come ExxonMobil e ConocoPhillips. Secondo Washington, quell’atto non fu una sovranizzazione legittima, ma un furto mascherato, perché avvenne senza un indennizzo considerato equo. Trump lo ha ribadito pubblicamente affermando che “hanno preso tutti i nostri diritti energetici, hanno preso tutto il nostro petrolio… lo hanno preso illegalmente e noi lo vogliamo indietro”. Su questa base giuridico-politica si innesta anche la narrativa più recente, secondo cui il petrolio venezuelano sarebbe stato usato da Maduro per finanziare un narcostato, trasformando una risorsa nazionale in uno strumento criminale. I sequestri di petroliere ordinati a fine 2025 e l’idea di destinare quel greggio alle riserve strategiche americane sono stati presentati non come pirateria, ma come recupero di beni sottratti.

Il mercato petrolifero venezuelano

Il Venezuela possiede le più grandi riserve petrolifere accertate al mondo, concentrate nella Fascia dell’Orinoco, con oltre 300 miliardi di barili. A prezzi attuali, intorno ai 45-50 dollari al barile per il greggio extra-pesante Merey 16, il valore teorico di questa ricchezza supera i 15.000 miliardi di dollari. Nella realtà, però, i costi di estrazione elevatissimi e il collasso infrastrutturale riducono drasticamente il valore economico effettivo. La produzione si muove oggi tra 900.000 e 1,1 milioni di barili al giorno, lontanissima dai livelli pre-crisi, e le entrate annue restano intorno ai 20 miliardi di dollari, con la Cina come principale destinatario attraverso canali spesso opachi.

La struttura del settore è dominata da PDVSA, che per legge deve detenere la maggioranza delle imprese miste con partner stranieri. Nonostante le sanzioni, diverse compagnie occidentali restano presenti grazie a licenze speciali statunitensi. Chevron rappresenta l’attore americano più rilevante, mentre in Europa spiccano Eni e Repsol, impegnate in schemi di compensazione “oil-for-debt”. Accanto a loro operano società francesi, cinesi, indiane e attori minori, in un mosaico che riflette più la geopolitica che l’efficienza di mercato.

Il ruolo di Eni: petrolio, gas e crediti da recuperare

Eni è uno degli esempi più chiari di come il settore energetico venezuelano sia diventato un sistema di gestione del rischio più che di investimento. Attraverso joint venture come Petrosucre, PetroJunín e PetroBicentenario, il gruppo italiano è presente sia offshore sia nella Fascia dell’Orinoco, con partecipazioni rilevanti ma subordinate a PDVSA. Nel gas, il progetto Cardón IV, condiviso con Repsol, rappresenta un asset strategico di livello mondiale, grazie al giacimento Perla. Negli ultimi anni Eni ha operato soprattutto per recuperare crediti accumulati, ricevendo carichi di petrolio autorizzati dall’OFAC e destinati alla raffinazione europea, in attesa di un quadro politico più stabile.

Il gas naturale: la vera carta strategica del Venezuela

Se il petrolio rappresenta il passato e il presente, il gas è il futuro. Il Venezuela detiene circa 200 trilioni di piedi cubi di riserve di gas naturale, le più grandi dell’America Latina. A differenza del greggio, la legislazione consente ai partner stranieri di controllare anche il 100% dei progetti di gas non associato, rendendo il settore molto più appetibile per investitori occidentali. Finora il gas è stato usato soprattutto per il mercato interno, ma i nuovi accordi con Trinidad e Tobago e le prime esportazioni di GNL verso l’Europa stanno trasformando questa risorsa in una fonte di valuta pregiata. Progetti come Dragon, Cocuina-Manakin e Plataforma Deltana vedono coinvolti Shell, BP, Chevron e le compagnie caraibiche, delineando un’integrazione regionale sotto chiara influenza atlantica.

Senza Maduro il ritorno del mercato

La caduta di Maduro aprirebbe uno scenario radicalmente nuovo. Una transizione sostenuta dagli Stati Uniti porterebbe con ogni probabilità a una riforma della Ley de Hidrocarburos, eliminando l’obbligo della maggioranza PDVSA e avviando una privatizzazione, almeno parziale, della compagnia di Stato. In questo contesto tornerebbero le Big Oil americane ed europee, con ExxonMobil pronta a rientrare dopo l’esproprio del 2007 e Chevron destinata a diventare un operatore pienamente industriale. Eni e Repsol potrebbero finalmente investire in modo strutturale, superando la logica difensiva dell’oil-for-debt.

Sul piano geopolitico, un nuovo governo romperebbe l’asse energetico con Cina, Russia e Iran, rinegoziando il debito petrolifero con Pechino ed estromettendo le compagnie russe dai giacimenti chiave. Il gas venezuelano diventerebbe uno strumento centrale per la sicurezza energetica europea, contribuendo a ridurre la dipendenza residua da Mosca.

Prezzi, Opec e limiti strutturali

Anche solo l’annuncio di un ritorno progressivo del Venezuela a produzioni di 2 o 3 milioni di barili al giorno avrebbe un impatto ribassista sui prezzi globali, ridisegnando gli equilibri interni all’Opec. Tuttavia, la realtà impone cautela. Le infrastrutture sono gravemente danneggiate, il disastro ambientale del Lago di Maracaibo richiede interventi immediati e gli investimenti necessari superano facilmente i 100 miliardi di dollari. Senza una cornice liberale stabile, tutela della proprietà privata e certezza del diritto, le riserve resterebbero un colosso dai piedi d’argilla.

In definitiva, la fine dell’era Maduro sotto la spinta di Trump trasformerebbe il Venezuela da Stato paria a nuova frontiera energetica dell’Occidente. Petrolio e gas tornerebbero a essere leve di sviluppo e non strumenti di potere autoritario, segnando uno spostamento profondo di ricchezza e influenza verso l’asse atlantico.

Enrico Foscarini, 3 gennaio 2026

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