Il fisco italiano incassa più del previsto. Le entrate finali sono cresciute di 13,8 miliardi di euro, raggiungendo quota 744,6 miliardi, un balzo del 2,2% rispetto alle stime iniziali. Una sorpresa positiva, soprattutto considerando che il Pil ha rallentato la sua corsa, appesantito da fattori esterni come guerre, dazi e incertezze geopolitiche.
Il dato fiscale, analizzato dal Sole 24 Ore, rappresenta una delle poche luci in un contesto economico ancora fragile. A trainare il gettito è soprattutto l’occupazione, oggi a livelli record, che amplia la base imponibile e contribuisce all’aumento dell’Irpef (+1,95 miliardi), delle imposte sostitutive (+5,99 miliardi) e, seppur in misura minore, dell’Ires (+440 milioni).
Eppure, il peso del fisco resta alto. L’extra gettito, infatti, non deriva da un alleggerimento della pressione fiscale, ma da un mix di fattori: inflazione che gonfia il prelievo, aumento dei contribuenti, e una maggiore tax compliance, ovvero la tendenza dei cittadini a rispettare spontaneamente gli obblighi tributari.
Secondo le analisi pubblicate nel recente confronto con il Fondo Monetario Internazionale, l’Italia potrebbe uscire dalla procedura per deficit eccessivo già nel 2025, anticipando di due anni il traguardo ufficiale del Governo (2027). Il disavanzo si attesta oggi al 3,26% del Pil, vicino alla soglia del 3% imposta da Maastricht.
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, con un pizzico d’ironia, ha definito “miracolose” le previsioni azzeccate, confermando l’obiettivo del deficit al 3,3% per il 2025, con discesa sotto il 3% nel 2026.
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Tuttavia, le spese pubbliche aumentano anch’esse (+13,1 miliardi), spinte soprattutto dai crediti d’imposta (come il Superbonus) e dai rimborsi fiscali (per la maggior parte destinati ai redditi bassi). Nonostante ciò, l’equilibrio dei conti beneficia di un miglioramento degli interessi sul debito pubblico, con una previsione di risparmio di 2,38 miliardi grazie alla stabilità dei rendimenti.
Anche le entrate extratributarie danno un contributo: +7,3 miliardi grazie alle giacenze del Fondo per le crisi bancarie, ai dividendi delle partecipate e agli incassi dai giochi pubblici.
Il quadro generale, seppur esposto alle incognite legate a nuovi dazi o spese per la difesa, disegna una traiettoria positiva. Ma a pagare il conto di questa correzione “automatica” dei conti pubblici sono sempre i contribuenti. Il rispetto del Patto di Stabilità – ormai lo si è capito chiaramente – vale molto di più delle promesse di taglio dell’Irpef. Le due cose assieme non si possono fare, anche perché il governo non ha intenzione di ridurre drasticamente la spesa pubblica — il cui incremento (13,1 miliardi) è di poco inferiore a quello delle entrate. E la bilancia del fisco continuerà a pendere sempre dalla stessa parte.
Enrico Foscarini, 26 luglio 2025
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


