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Londra vuole quotare tutte le Fintech, anche quelle Ue

Londra vuole quotare tutte le Fintech, anche quelle Ue
Londra vuole quotare tutte le Fintech, anche quelle Ue

Era prevedibile e sta accadendo. Con esiti che anche gli investitori individuali dovranno monitorare perché la piazza di quotazione e lo spessore degli scambi incidono sulle regole e prezzi di mercato. Trovarsi quotati su un nuovo listino può comportare complicazioni. La Borsa di Londra (London Stock Exchange Group)  che è stata la casamadre di Borsa Italiana ora destinata a Euronext, subito dopo il divorzio Brexit si è lanciata all’attacco dei listini europei cercando di attrarre le migliori società quotate, le migliori Ipo (offerte pubbliche iniziali) e offrendo la sua storica competenza nei diversi segmenti di negoziazione. Londra creerà le migliori condizioni probabilmente allentando alcune regole.

L’offensiva è appoggiata dal Governo per i tanti risvolti occupazionali, immobiliari, fiscali, professionali che una forte City comporta per l’intero Paese. La Borsa di Londra ha chiesto al Governo di favorire nuove regole di quotazione sulla piazza londinese. Tutto nasce da una consultazione pubblica lanciata a novembre e che aveva come obiettivo l’individuazione di forme di attrazione per le società a listino e per gli investitori finanziari.  Quelle attuali, soprattutto per l’accesso al prestigioso indice Ftse, sono ritenute troppo rigide.

Non a caso molte Fintech adulte, quelle più grandi e promettenti, guardano ora prevalentemente alle piazze asiatiche e a New York. Dal 2000 un quarto degli unicorni tech europei ha scelto gli Usa. Tra i vincoli c’è un 25% minimo obbligatorio che le quotande dovrebbero mettere sul mercato per poter poi trattare a listino.  La crescita del Fintech e di altri comparti vivaci è avvenuta in tempi rapidi e il capitale è ancora sostanzialmente in mano ai fondatori che hanno beneficiato di venture capital e altri finanziatori interessati a far crescere il business da classare poi in Borsa.  Non c’è molta voglia di cedere subito un quarto del capitale.

Finora si è ragionato su azioni a doppia classe, di voto plurimo si direbbe in Italia, che garantiscono un diritto rafforzato per i soci storici. Una piazza finanziaria che vuole correre deve equilibrare tali esigenze con la logica degli istituzionali legata alla cultura di “un’azione vale uno”. Che garantisce meglio anche gli investitori individuali. Per questo si sta pensando a un listino speciale. Creare un contesto invitante porterebbe Londra a competere con maggiore aggressività nei confronti delle concorrenti. Per la Gran Bretagna, pure alle prese con i costi e gli effetti Covid, rilanciare la piazza finanziaria di Londra in versione offshore è questione di vita o di morte. Un 10-15% del Pil è legato ai servizi finanziari e alle tante attività che vi girano intorno. L’immobiliare londinese non tiene senza la finanza.  Già circa 7.500 specialisti del settore sono stati richiamati nelle sedi continentali.

Londra ha una gran fretta nel lanciare l’offensiva: nel primo giorno di negoziazione post-Brexit un controvalore di azioni di società europee pari a 6 miliardi di euro è stato trasferito nei volumi Euronext (Parigi-Amsterdam) e anche nel circuito Torquoise, che fa capo a Londra ma con un hub autorizzato europeo. Si spostano anche i derivati verso Francoforte. Molto più del previsto. Il flusso era nell’aria dopo che l’Esma (l’organismo Ue di sorveglianza dei mercati) aveva avvertito che il divorzio Brexit riguardava anche le piattaforme di negoziazione in euro. Cambiano le regole, i controlli, la trattazione dei contenziosi. L’accordo Ue-GB di fine anno riguardava i settori commerciali, per la finanza l’idea era di arrivare in un secondo tempo a un accordo entro marzo. Intanto, comunque vada a finire,  è iniziata la battaglia per strapparsi le migliori quotate e i migliori collocamenti.

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