Dopo ventisette anni di ricorsi, rinvii e sentenze contrastanti, la lunga battaglia legale tra Tim e lo Stato italiano è arrivata al capolinea. La Corte di Cassazione ha sciolto gli ultimi nodi procedurali e si è espressa a favore del gruppo guidato dall’amministratore delegato Pietro Labriola, rigettando il ricorso presentato dalla Presidenza del Consiglio contro la decisione della Corte d’Appello di Roma. In gioco c’è la restituzione del canone di concessione versato nel 1998, una somma che, tra rivalutazione e interessi, ha ormai superato il miliardo di euro.
La stessa Tim ha fatto sapere di aver ricevuto comunicazione della decisione definitiva, spiegando in una nota di aver avuto conferma della restituzione del canone concessorio preteso per il 1998, chiudendo così un contenzioso durato oltre vent’anni. La sentenza, firmata dal presidente Giuseppe Gaetano Antonio Frasca e dal relatore Paolo Spaziani, conferma integralmente la pronuncia della Corte d’Appello di Roma dell’aprile 2024 e rende definitiva la condanna dello Stato alla restituzione delle somme.
Le origini della controversia dopo la liberalizzazione delle tlc
La vicenda affonda le sue radici nella liberalizzazione del settore delle telecomunicazioni. Il 10 aprile 1997 il Consiglio dell’Unione europea stabilì che le autorizzazioni esistenti dovessero essere adeguate al nuovo regime di autorizzazioni generali e licenze individuali entro il 1° gennaio 1999. La direttiva fu recepita in Italia pochi mesi dopo, ma nonostante il nuovo quadro normativo lo Stato pretese da Telecom Italia e da Telecom Italia Mobile il pagamento del canone annuo di concessione per il 1998, fissato in 528,7 milioni di euro.
Tim ha sempre sostenuto che quel canone non fosse più dovuto perché le regole del mercato erano cambiate e la norma risultava ormai inapplicabile. Da qui l’avvio di una lunga sequenza di ricorsi. Dopo una prima impugnazione al Tar, dichiarata improcedibile, nel 2003 le due società tornarono davanti ai giudici amministrativi chiedendo l’accertamento del diritto alla restituzione delle somme versate. Il Tar investì la Corte di Giustizia europea, che nel 2008 diede ragione al gruppo telefonico, aprendo una catena di decisioni tra giustizia europea e italiana che si è protratta per anni.
Un miliardo che pesa su Stato e mercato
Nel frattempo, la somma richiesta è cresciuta a causa degli interessi e della rivalutazione, arrivando a sfiorare il miliardo di euro. La Cassazione ha ora messo fine anche all’ultimo tentativo del governo, che aveva sollevato una questione tecnica sulla competenza territoriale del tribunale. Dubbi superati, con un esito in linea con precedenti analoghi, come quello che aveva già visto Vodafone ottenere la restituzione di canoni pubblici non dovuti.
La decisione ha riflessi anche sui conti pubblici. Nella legge di bilancio 2026 il governo aveva già previsto un fondo da due miliardi per uscite una tantum, destinandone circa la metà proprio al credito vantato da Tim, che nei mesi scorsi era stato anche fattorizzato con Unicredit e Santander.
Effetti sulla governance e sulle azioni di risparmio
L’incasso del miliardo potrebbe ora riaprire la partita della conversione delle azioni di risparmio, una questione che si trascina dal 2015. Secondo quanto risulta, Tim avrebbe messo in preallerta un consiglio di amministrazione straordinario per questa sera, chiamato a deliberare sulla possibile trasformazione. All’epoca la proposta fu bocciata da Vivendi, che giudicava il concambio inadeguato. A giugno 2025 l’assemblea ha approvato la modifica dell’oggetto sociale, ma ha respinto altre modifiche statutarie, fissando il valore di recesso delle risparmio a circa 0,33 euro.
Per la conversione potrebbero servire tra 450 e 500 milioni di euro, mentre il residuo della somma incassata dallo Stato sarebbe destinato a sostenere gli investimenti concordati con Poste Italiane, salita di recente al 27,23% del capitale. Con la conversione aumenterebbe il numero delle azioni ordinarie, con una diluizione per tutti i soci, compresa Poste, che scenderebbe sotto la soglia del 25% rilevante ai fini dell’Opa.
Prima del consiglio del 29, è atteso anche un cda straordinario per la cooptazione del sostituto di Umberto Paolucci, dimessosi con efficacia dal 1° gennaio 2026.
Piazza Affari guarda a Tim
Ora che la Cassazione ha chiuso definitivamente il contenzioso, gli occhi del mercato sono puntati su Piazza Affari. La liquidità in arrivo rafforza la posizione finanziaria del gruppo e potrebbe incidere in modo significativo sulla governance e sulla struttura del capitale. Una vittoria storica per Tim, ma anche una sentenza destinata a pesare a lungo sul rapporto tra Stato, concessioni pubbliche e grandi gruppi industriali.
Enrico Foscarini, 21 dicembre 2025
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