Economia e Logistica

L'ANALISI

L’Italia è un Paese malato di tasse

L’Italia è al 37° posto nell’ITCI 2025. Tasse elevate e complessità normativa frenano lavoro, capitale e investimenti. E la manovra non inverte il trend

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Le tasse ci massacrano. Non è una novità, ma abbiamo un’ulteriore dimostrazione del fenomeno. Nell’edizione 2025 dell’International Tax Competitiveness Index (ITCI), l’Italia conferma la sua debolezza strutturale nel panorama fiscale internazionale. Con un punteggio complessivo di appena 50,3, il Paese si colloca al 37° posto su 38 nazioni Ocse, confermandosi come il secondo sistema fiscale meno competitivo dell’area. Non si tratta di un episodio isolato: anche nel 2024 e nel 2023 l’Italia aveva mantenuto lo stesso posizionamento, segnalando che le riforme intraprese fino ad oggi non hanno modificato in modo sostanziale i parametri valutati dall’ITCI.

Il divario con i paesi leader è netto. L’Estonia, prima classificata, ottiene un punteggio perfetto di 100, mentre Lettonia, Nuova Zelanda e Svizzera dominano la classifica grazie a sistemi fiscali semplici, neutri e orientati alla crescita. Questa distanza di quasi 50 punti sottolinea l’ampiezza della sfida che l’Italia deve affrontare per recuperare competitività.

Il confronto

A differenza dei Paesi più competitivi, che applicano tassazioni leggere sul capitale e sugli utili e privilegiano imposte su consumi o proprietà con distorsioni limitate, il sistema italiano si caratterizza per una forte pressione fiscale preventiva. Le imposte gravano sul lavoro, sul capitale e sulla proprietà, generando complessità normativa e inefficienza economica. In pratica, la filosofia fiscale italiana scoraggia la ritenzione degli utili, rallenta la circolazione del capitale e rende il lavoro dipendente oneroso, con effetti negativi su occupazione e investimenti.

L’Estonia e la Lettonia, ad esempio, tassano gli utili solo alla distribuzione, incoraggiando reinvestimento e sviluppo delle imprese, mentre la Nuova Zelanda concentra la tassazione sui consumi, riducendo la distorsione su lavoro e capitale. L’Italia, invece, mantiene un sistema multilivello che produce effetti opposti: complessità, incertezza e un freno strutturale alla crescita economica.

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Le criticità principali

La debolezza italiana emerge chiaramente in quattro pilastri fondamentali. Le imposte individuali pongono l’Italia all’ultimo posto Ocse, a causa del cuneo fiscale elevatissimo. La riforma Irpef 2025 riduce gli scaglioni da quattro a tre, con aliquote al 23, 35 (33% dall’anno prossimo) e 43 percento, ma l’aliquota massima rimane invariata e continua a pesare sui redditi più alti, limitando l’effetto positivo sul lavoro qualificato e sull’occupazione.

Le imposte sulla proprietà, dall’Imu alle tasse di successione e ai trasferimenti immobiliari, aumentano la complessità e scoraggiano gli investimenti, penalizzando la fluidità del mercato. La tassazione societaria è anch’essa critica: l’aliquota effettiva supera il 27 percento, aggravata dall’Irap e da meccanismi come l’Ires premiale, che introducono vincoli complessi pur cercando di incentivare l’accantonamento degli utili e gli investimenti in beni strumentali.

Infine, le norme fiscali transfrontaliere rendono l’Italia poco attrattiva per gli investimenti esteri. Nonostante la rete di trattati internazionali, le ritenute alla fonte sui flussi di capitale e la complessità amministrativa scoraggiano l’ingresso di capitali, confermando il 38° posto su 38. L’unica categoria in cui l’Italia non occupa le ultime posizioni riguarda le imposte sui consumi, dove l’Iva al 22 percento garantisce un ranking intermedio. Tuttavia, la base imponibile ristretta e le numerose esenzioni ne riducono l’efficienza, facendo emergere ancora una volta le limitazioni strutturali del sistema.

La manovra non cambia la tendenza

Il quadro che emerge dall’ITCI 2025 conferma che il sistema fiscale italiano è profondamente inadeguato rispetto agli standard Ocse. La manovra, pur introducendo riduzioni parziali delle aliquote e incentivi complessi, non riesce a invertire la tendenza. Il modello rimane caratterizzato da alta pressione fiscale, complessità normativa e non-neutralità, fattori che continuano a scoraggiare investimenti, lavoro qualificato e competitività internazionale. Senza una riforma organica e radicale, l’Italia resterà ai margini della competitività globale.

Enrico Foscarini, 22 ottobre 2025

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