
Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, ha riportato al centro del dibattito pubblico un tema fondamentale: la perdita di potere d’acquisto di salari e pensioni, erosi dall’inflazione e aggravati dal fiscal drag. Una denuncia fattuale, ma che solleva anche interrogativi sul ruolo e sul metodo con cui il principale sindacato italiano affronta queste sfide.
Il merito: troppa politica, poco lavoro
Se da un lato Landini insiste sulle responsabilità del governo, dall’altro sembra spesso dimenticare che il vero terreno della Cgil dovrebbe restare il lavoro. Le distorsioni fiscali colpiscono in particolare i redditi fissi dei suoi iscritti, ma la proposta avanzata dal sindacato di restituire solo parzialmente il fiscal drag rischia di non essere sufficiente. Limitarsi a tutelare i redditi più bassi, senza intervenire sulla fascia sopra i 35mila euro – come ben evidenziato oggi dal Foglio – significa ignorare una parte consistente di lavoratori che continuano a sostenere la gran parte del gettito fiscale, pagando più tasse di prima.
Il metodo: la retorica che nasconde i nodi
Landini conosce bene il funzionamento del sistema tributario, eppure preferisce glissare si nodi strutturali del fiscal drag, ossia l’invariaqnza delle aliquote e delle loro soglie di applicazione al variare della distribuzione e della composizione dei redditi. È come se la sua retorica – centrata sulla difesa dei più poveri e sull’inevitabile polarizzazione tra “deboli” e “forti” – lo costringesse a trascurare la complessità del problema. Così facendo, contribuisce involontariamente a rafforzare le politiche fiscali che negli ultimi anni hanno garantito equilibrio ai conti pubblici non tanto con riforme strutturali, quanto con il sacrificio dei redditi da lavoro.
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Un errore che favorisce l’austerity
Questa impostazione, molto probabilmente senza volerlo, si avvicina a logiche già viste in Eurolandia: comprimere i salari e i consumi per tenere sotto controllo l’inflazione, obiettivo prioritario per la Bce e per la Germania. È lo schema che in Francia rischia di replicare la “cura Monti” sperimentata in Italia dal 2011: un aggiustamento realizzato attraverso austerità interna, che non sana davvero i conti ma abbatte i consumi e congela gli investimenti. In questo contesto, anche la linea di Landini, concentrata più sul conflitto politico che sulla riforma della contrattazione nazionale, rischia di favorire – inconsapevolmente – quelle stesse politiche restrittive che dovrebbero invece essere contrastate.
La vera priorità: riformare la contrattazione
Il vero nodo non è solo fiscale, ma salariale. In Italia i salari lordi restano ben sotto i livelli pre-pandemia, mentre in altri paesi Ue hanno recuperato. Con contratti che arrivano tardi e con aumenti incapaci di coprire l’inflazione, la contrattazione nazionale ha smesso di proteggere i lavoratori. Su questo terreno la Cgil dovrebbe concentrare le proprie energie: riportare la discussione sulla difesa reale dei salari e non limitarsi a redistribuzioni parziali attraverso il fisco. Paradossalmente, è una questione liberale che, purtroppo, viene affidata a un soggetto come il sindacato che, per sua natura, liberale non è e, dunque, non è in grado di farsene carico. Se il lavoro come fattore della produzione è soggetto alle regole del mercato, il suo prezzo sarà determinato dalla maggiore o minore domanda e, soprattutto, dal suo valore aggiunto (a maggiore professionalità corrisponde una maggiore retribuzione), dunque – e purtroppo bisogna dirlo – in tempi recenti il sindacato ha accettato che il costo del lavoro non fosse determinato dal mercato ma da una svalutazione surrettizia a colpi di mancati adeguamenti all’inflazione che è un parametro che concorre a determinarne il valore.
Un sindacato più coraggioso
Criticare Landini non significa assolvere governo, Bce o altre forze politiche e sociali: gli errori sono diffusi e trasversali. Ma proprio per questo, dalla Cgil e dal suo segretario ci si aspetterebbe un approccio diverso, capace di affrontare senza retorica i nodi del fisco e dei contratti, rimettendo davvero al centro il lavoro.
Enrico Foscarini, 11 settembre 2025
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