Economia e Logistica

Oro sopra i 3.500 dollari, l’altra faccia della “guerra” Trump-Xi

Il metallo prezioso segna nuovi record storici. Le mosse della Cina dietro il rally e l'analisi degli esperti

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L’oro ieri ha toccato un nuovo massimo storico a 3.504 dollari l’oncia nelle prime ore del 22 aprile, per poi ritracciare progressivamente a 3.335 dollari. Il rally è stato alimentato dalle turbolenze della Borsa di New York e dalle tensioni tra il presidente Trump e la Federal Reserve e da un contesto economico globale sempre più incerto. L’apertura di Pechino al dialogo con gli Stati Uniti ha contribuito a farne scendere ulteriormente le quotazioni ma il metallo prezioso resta comunque su livelli record, spinto da una combinazione di incertezze geopolitiche, instabilità economica e acquisti strategici da parte della Cina. Secondo Goldman Sachs, Pechino avrebbe acquistato a febbraio 50 tonnellate di oro, dieci volte più rispetto a quanto dichiarato ufficialmente, per un valore complessivo superiore ai 6 miliardi di dollari.

Le mosse cinesi

«La banca centrale cinese – spiega Carlo De Luca, responsabile Asset Management di Gamma Capital Markets – ha aumentato le sue riserve auree di 5 tonnellate a marzo, registrando il quinto acquisto mensile consecutivo. Ciò porta le riserve totali a 2.292 tonnellate, pari al 6,5% delle riserve ufficiali del Paese». Un dato che alimenta il sospetto di acquisti ben superiori rispetto a quelli dichiarati, soprattutto attraverso i mercati OTC, come quello di Londra.

Secondo The Kobeissi Letter, l’oro oggi «viene scambiato come se fossimo nella Terza guerra mondiale». Dal 1971, quando fu abbandonato il gold standard, il valore dell’oro è cresciuto di 100 volte, passando dai 35 dollari per oncia di allora agli oltre 3.500 attuali.

Ma dietro l’impennata del metallo prezioso c’è anche una strategia geopolitica: la Cina ha annunciato l’intenzione di creare magazzini all’estero per facilitare il regolamento internazionale dei metalli preziosi tramite la Borsa dell’oro di Shangai. Secondo un documento congiunto pubblicato da quattro agenzie statali, tra cui la Banca popolare cinese (la banca centrale del Dragone), Pechino vuole rafforzare l’utilizzo dello yuan come benchmark internazionale e accelerare la globalizzazione del mercato dei metalli. Tale intervento congiunto rappresenta un chiaro segnale di come il presidente Xi Jinping non intenda gettare la spugna nei confronti dell’avversario statunitense, raddoppiando la posta in gioco e puntando a minare il ruolo basilare del dollaro.

Nel frattempo, la domanda globale d’oro è aumentata del 33% da inizio anno, complice la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina. Gli analisti di Citi prevedono che i prezzi potrebbero stabilizzarsi attorno ai 3.500 dollari «grazie a una domanda di investimento in forte espansione».

Trend strutturale, non passeggero

“L’oro ha registrato una tendenza al rialzo ben prima dell’insediamento del presidente Trump”, afferma Charlotte Peuron, fund manager di Crédit Mutuel Asset Management. “Le banche centrali sono acquirenti netti da 15 anni consecutivi e negli ultimi tre anni hanno superato le 1.000 tonnellate annue”.

Secondo Peuron, l’attuale fase non è solo legata a eventi geopolitici momentanei: “La politica dei dazi e i rischi sistemici stanno accelerando una tendenza strutturale già in atto”. Gli Etf sull’oro sono in crescita da 11 settimane consecutive, con un prezzo che ha segnato un +25% da inizio anno.

“I fattori tradizionali che un tempo influenzavano i prezzi dell’oro, come l’inflazione statunitense e i tassi di interesse, non sono più i principali motori. Al contrario, l’incertezza sui dazi e le preoccupazioni per la crescita economica globale, unite alla reazione del mercato alle critiche rivolte alla Fed, stanno alimentando la domanda di beni rifugio”. Ad affermarlo in un report è Kerstin Hottner, Head of Commodities di Vontobel sottolineando che l’oro potrebbe superare presto quota 3.700 dollari.

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Società minerarie: margini in crescita e valutazioni in risalita

L’aumento dell’oro ha ricadute dirette sul settore minerario. “Quando il prezzo dell’oro cresce trimestre dopo trimestre e l’azienda controlla i costi operativi, i margini aumentano”, spiega ancora Peuron. Il rapporto prezzo/NAV del settore è ora a 1,1x, sopra la media decennale di 0,93x (fonte: Scotiabank, marzo 2025), ma ancora lontano dai picchi del 2015.

“Le società minerarie – aggiunge – stanno generando flussi di cassa significativi che possono essere reinvestiti o distribuiti agli azionisti”.

Diversificazione e incertezza

Per Julian Howard, chief strategist di GAM, l’oro è “una copertura storica contro l’inflazione e l’incertezza, sempre più efficace nelle grandi crisi, come nel 2008”. L’attuale contesto politico statunitense, con una seconda era Trump segnata da “grandi promesse ma anche da grande incertezza”, rende fondamentale diversificare.

“Le obbligazioni societarie a brevissimo termine offrono rendimenti interessanti (4,6%) senza l’incertezza delle lunghe scadenze”, aggiunge Howard. Ma avverte: “L’oro resta un pilastro per portafogli diversificati in uno scenario instabile”.

La de-dollarizzazione accelera

Anche se il dollaro resta dominante, secondo Mali Chivakul, economist di J. Safra Sarasin, “la de-dollarizzazione potrebbe ora accelerare, e l’oro ne sarà il principale beneficiario”. Il nuovo piano fiscale europeo e la crescente influenza dei BRICS potrebbero spingere anche l’euro come alternativa per immagazzinare liquidità.

“In un mondo sempre più multipolare – conclude – l’oro si conferma uno degli strumenti più sicuri per mantenere valore”.

Enrico Foscarini, 23 aprile 2025

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