
Anno nuovo, scuola vecchia. I corsi 2025/2026 sono iniziati in gran parte delle regioni italiane con le consuete polemiche: cattedre scoperte, edifici fatiscenti, ritardi burocratici. Tuttavia, al di là delle discussioni di rito, occorre guardare alla sostanza del sistema scolastico, ai suoi numeri e soprattutto al suo reale funzionamento.
Una macchina che costa miliardi
I dati del Bilancio dello Stato parlano chiaro: per l’istruzione del primo ciclo si spendono oltre 34 miliardi di euro, di cui più di 22 miliardi destinati agli stipendi degli insegnanti. Per il secondo ciclo le cifre restano enormi: oltre 18 miliardi di euro, con 12 miliardi solo in spese di personale.
In totale, dunque, la scuola italiana assorbe decine di miliardi l’anno, ma senza un ritorno in termini di qualità o di competitività internazionale. Gran parte dei fondi serve a mantenere un apparato burocratico e di personale che appare sempre meno sostenibile.
Studenti in caduta libera
La vera emergenza, però, è demografica: per l’anno 2025-2026 risultano iscritti poco meno di 6,9 milioni di studenti, con un calo di 124mila unità rispetto all’anno precedente. Un’emorragia che non si arresta: quindici anni fa la scuola italiana superava stabilmente gli 8 milioni di studenti.
Il calo riguarda tutte le fasce di età e ordini scolastici, segnalando un problema strutturale che va ben oltre il singolo anno.
Docenti troppi, studenti pochi
A fronte di questa diminuzione, il numero degli insegnanti resta sostanzialmente stabile. Nell’anno scolastico 2022/2023 i docenti erano 943.681, di cui oltre 709mila a tempo indeterminato e circa 235mila supplenti. Una macchina enorme che non si ridimensiona nonostante il calo degli alunni, creando un evidente squilibrio: sempre più stipendi da pagare, sempre meno studenti da formare.
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Le analisi di Bankitalia e dell’Ocpi
Bankitalia ha rilevato come circa il 9% delle scuole secondarie si trovi in condizioni di criticità estrema, con gravi carenze infrastrutturali. In Campania, addirittura, oltre la metà degli istituti considerati più critici si concentra nella provincia di Napoli. Dunque, il problema non è solo quanto si spende, ma come si spende.
Parallelamente, i dati dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani (guidato da Carlo Cottarelli) mostrano un quadro allarmante: la spesa per l’istruzione in Italia è passata dal 4,1% del Pil nel 2000 al 3,5% nel 2023, tra i livelli più bassi del mondo avanzato. La spesa per studente universitario, in rapporto al reddito pro capite, è tra le più basse d’Europa.
Il paradosso è evidente: spendiamo tanto in stipendi, ma sempre meno in qualità, infrastrutture e ricerca.
Una scuola sempre più ideologica
Nonostante la mole di risorse pubbliche impiegate, la scuola italiana non riesce a garantire risultati in termini di competenze, innovazione e inserimento nel mercato del lavoro. Anzi, sempre più spesso diventa veicolo di battaglie ideologiche.
Programmi e attività extracurricolari spingono temi come il gender, il multiculturalismo, il sostegno a cause politiche come la Palestina, l’apertura verso l’Islam e persino la diffusione di un certo linguaggio socialista e comunista. Tutto questo mentre la religione cattolica, che per secoli ha rappresentato un pilastro culturale e identitario dell’Italia, viene relegata in spazi sempre più marginali.
Il rischio è che la scuola, anziché trasmettere conoscenze e competenze, diventi uno strumento di indottrinamento.
Un sistema che non funziona
Il quadro complessivo è quello di uno stipendificio, incapace di adeguarsi al calo demografico e poco attento a misurare i risultati effettivi degli studenti. Un sistema che drena miliardi ma che non garantisce competitività, e che invece si presta a veicolare ideologie estranee alla missione educativa.
La scuola italiana è a un bivio. Continuare su questa strada significa accettare un modello costoso, inefficiente e ideologizzato. L’alternativa è una riforma profonda che rimetta al centro merito, competenze e identità culturale. Perché senza un’istruzione solida e libera da condizionamenti ideologici, il futuro del Paese rimane ipotecato.
Enrico Foscarini, 15 settembre 2025
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