Economia e Logistica

Ex Ilva, le sceneggiate della sinistra bloccano la ripartenza

La sinistra pugliese frena la ripartenza dell’ex Ilva tra demagogia e ambientalismo parolaio, mentre Taranto affonda nell’immobilismo e nella disoccupazione

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La sinistra continua a frapporre ostacoli alla ripartenza dell’ex Ilva di Taranto. L’ultimo episodio di questa continua tensione politica si è consumato con le dimissioni del sindaco Piero Bitetti, che ha lasciato il suo incarico dopo essere stato bloccato per due ore dai manifestanti contrari al piano di rilancio industriale proposto dal governo. Bitetti ha denunciato una “inagibilità politica”, accusando una forte pressione da parte dei gruppi ambientalisti, che vedono nell’accordo di programma una minaccia per la salute e l’ambiente.

Dopo soli tre giorni, però, il sindaco ha fatto retromarcia e ieri s’è presentato a Roma al Al Ministero delle Imprese e del Made in Italy per il vertice sull’Accordo di programma con i ministri Adolfo Urso e Gilberto Pichetto Fratin, il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, i commissari straordinari di Acciaierie d’Italia e del gruppo Ilva e gli enti locali, per rappresentare la sua città. “Non solo non abbandono la nave, ma intendo esserne il comandante”, ha detto. “La mia presenza qui è un segno inequivocabile che sono più motivato di prima”.

Bitetti ha ribadito la contrarietà alla versione attuale dell’accordo: “Sono a Roma per rappresentare la città di Taranto. Al ministro dirò che l’accordo di programma, così come strutturato, non ci soddisfa e pertanto io non lo firmerò. Proporrò il rinvio della seduta sull’accordo”.

“Il cambiamento non si predica, si realizza con proposte concrete. Abbiamo un piano che consente di abbattere drasticamente i livelli di inquinamento e portare alla eliminazione dell’area a caldo”, ha aggiunto. “È finito il tempo delle scelte calate dall’alto. Taranto non sarà più una zona di sacrificio”, ha concluso.

Dimissioni, proteste e minacce

Le dimissioni annunciate il 28 luglio sono arrivate dopo una dura contestazione durante un incontro con alcuni movimenti ambientalisti. “Volevo rappresentare con un gesto eclatante che queste forme di protesta vanno condannate. Le proteste vanno ascoltate, ma gesti di violenza, minacce e intimidazioni assolutamente no”, ha spiegato Bitetti, annunciando di aver sporto denuncia.

Il sindaco ha anche voluto sgombrare il campo da letture politiche del suo gesto: “Ho un documento sottoscritto dall’intera maggioranza che mi dà un mandato. Non ci sono dubbi sulla tenuta della coalizione”.

Bitetti: “Non ho firmato nulla”

Al termine del vertice, Bitetti ha ribadito la necessità di coinvolgere il consiglio comunale: “Non ho firmato nulla. Sono senza penna. Abbiamo rinviato il confronto al 12 agosto per permettere un’analisi seria con persone competenti. È necessario sapere quali garanzie saranno offerte a Taranto e ai suoi cittadini”.

La spaccatura a sinistra

La “sceneggiata” del sindaco non è solo il risultato della protesta popolare ma anche della crescente frattura interna alla maggioranza del centrosinistra. Mentre il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, si è sempre detto disposto a firmare l’accordo di programma, condizionandolo a garanzie sulla salute e sull’ambiente, le voci più radicali del centrosinistra locale chiedono il blocco immediato di tutto l’impianto.

Le resistenze politiche

La Regione Puglia, da vent’anni governata dal centrosinistra, ha avuto un ruolo decisivo nel rallentare la transizione industriale dell’ex Ilva. Non solo ha partecipato a ricorsi legali per la sospensione delle attività dell’impianto, ma ha anche ostacolato la possibilità di soluzioni industriali sostenibili. Talvolta direttamente talvolta appoggiando le controverse decisioni della città di Taranto come il referendum per la chiusura dell’impianto e le ordinanze dell’ex sindaco Melucci. Azioni legali, come quella che ha contribuito alla sentenza della Corte di Giustizia Europea che rende in potenza più facile lo stop all’acciaieria, hanno avuto l’effetto di congelare la ripartenza, mettendo a rischio centinaia di posti di lavoro.

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Una nuova gara e un rinvio sul polo DRI

Nel documento illustrato al tavolo ministeriale, si legge: “Poiché per l’ormeggio di una nave rigassificatrice nel porto di Taranto sono necessarie valutazioni degli enti locali anche in relazione alla valutazione di impatto ambientale […] il presente accordo si riferisce a un Piano di decarbonizzazione che prevede la realizzazione di tre forni elettrici. La decisione sulla localizzazione a Taranto o in altro sito del Polo DRI (per la produzione di acciaio preridotto necessario per la fusione con forni a gas; ndr) è rinviata a una fase successiva”.

Secondo la bozza, “la completa decarbonizzazione degli impianti verrà realizzata nell’arco temporale di sette anni, con possibilità di proroga di 12 mesi. Le diverse fasi del processo inizieranno nel 2026 e saranno completate entro il 2032, con la graduale sostituzione degli attuali altiforni con unità produttive a basse emissioni, mantenendo costante la produzione durante tutto il periodo”.

Il Mimit ha quindi dato mandato ai commissari straordinari di aggiornare la gara per la cessione dei beni e delle attività aziendali (per la quale solo gli azeri di Baku Steel hanno manifestato interesse), recependo gli obiettivi ambientali con “termini perentori” e vincolando il riesame dell’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) a tali obiettivi.

Il vertice si aggiorna al 12 agosto

Su richiesta degli enti locali, il confronto riprenderà il 12 agosto, per consentire ai consigli comunali e agli organi assembleari di esprimersi ufficialmente sul piano di decarbonizzazione e sulla collocazione del polo DRI.

“Andiamo avanti nell’augurio di raggiungere il maggior consenso possibile nel piano di decarbonizzazione dell’ex Ilva”, ha dichiarato il ministro Urso. “Il negoziato proseguirà a oltranza per coniugare la transizione ambientale con la sostenibilità economica e produttiva. Con il consenso di tutti gli attori istituzionali, daremo indirizzo ai commissari di aggiornare subito la gara”.

Persino la Fiom molla gli ecotalebani

“La nostra piattaforma unitaria prevede un piano di decarbonizzazione e la garanzia occupazionale per tutti gli addetti dell’ex Ilva e dei lavoratori di Ilva in As e per i lavoratori che lavorano nei servizi e negli appalti. Quindi qualsiasi piano, e anche il nuovo bando, dovrà essere fatto dovrà prevedere certezza sulla decarbonizzazione, ma certezza anche sul piano occupazionale”, ha detto il segretario generale della Fiom Michele De Palma lasciando Palazzo Chigi al termine dell’incontro odierno sull’ex Ilva. “Lo Stato deve assumersi le sue responsabilità”, ha scandito, chiamando in causa “governo, enti locali, maggioranza e opposizione”. “Per questo abbiamo deciso tutti insieme, come Fim, Fiom e Uilm, di chiedere un incontro a tutte le forze politiche, perché vogliamo raggiungere questo obiettivo. Non è possibile che in questo momento lo Stato si divida su un punto fondamentale per la certezza del diritto dei lavoratori”, ha concluso. La Fiom-Cgil, che in tutte le vertenze industriali tende ad assumere posizioni antagoniste, questa volta ha messo davanti all’ideologia la difesa dei posti di lavoro. Che a Taranto rischiano di scomparire per sempre.

Le conseguenze dell’ostruzionismo

Ma al netto delle timidezze romane, è la sinistra pugliese il vero blocco ideologico che impedisce qualsiasi ripartenza. Comune, Provincia e Regione, tutti a trazione “sinistra”, si crogiolano in un’inerzia piena di retorica, come se occupazione e ambiente fossero incompatibili. E così, mentre il siderurgico affonda, i mestieranti del consenso continuano a promettere un’inesistente “riconversione verde”, senza dire chi la paga e con quali tempi. È un ambientalismo parolaio che condanna la città alla disoccupazione e al rancore.

Enrico Foscarini, 1 agosto 2025

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