
In Europa la regola sembra essere una sola: non ci sono regole uguali per tutti, soprattutto nel settore delle banche. Mentre al Portogallo viene lasciata mano libera nel selezionare il nuovo acquirente di Novo Banco e alla Germania è consentito di ostacolare l’interesse di Unicredit per Commerzbank, l’Italia viene invece sottoposta a un pressing normativo senza precedenti per aver posto condizioni a una fusione interna al proprio sistema bancario.
Il caso portoghese è emblematico. Il governo di Lisbona, pur non potendo legalmente bloccare l’operazione, ha esercitato una chiara moral suasion per ostacolare la spagnola CaixaBank nella corsa a Novo Banco, preferendo l’ingresso del gruppo francese Bpce, percepito come meno “ingombrante”. E la Commissione europea? Ursula von der Leyen è rimasta in silenzio assoluto.
In Germania l’ipotesi di un’acquisizione di Commerzbank da parte di Unicredit viene ostacolata da motivazioni politiche, senza che né Bruxelles né la Bce di Christine Lagarde abbiano mai sollevato rilievi ufficiali sull’eventuale aggregazione delle due banche.
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Eppure, quando il governo italiano ha deciso di applicare il Golden Power sull’Opa di Unicredit su Banco Bpm, Bruxelles ha reagito con una richiesta formale di chiarimenti in 14 punti. L’operazione riguarda due banche italiane, eppure la Commissione ritiene necessario valutare se le misure imposte da Palazzo Chigi – come il mantenimento degli impieghi in Italia o la tutela degli investimenti in titoli pubblici – siano compatibili con il diritto dell’Unione.
La domanda sorge spontanea: perché ciò che è consentito ad altri Paesi viene contestato all’Italia? In un’Europa che a parole invoca la nascita di campioni bancari europei, nei fatti si moltiplicano i freni politici e i doppi standard.
Forse il vero problema è che la politica bancaria europea, più che un progetto condiviso, è ancora una somma di interessi nazionali con regole a geometria variabile.
Enrico Foscarini, 15 giugno 2025