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Elezioni, come il centrodestra può ottenere i due terzi dei seggi

Il Rosatellum garantirebbe la maggioranza qualificata dei seggi in Parlamento. Ma solo a determinate condizioni

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Siamo entrati nella settimana pre-elettorale decisiva. Sfatiamo una leggenda, quella secondo cui il Rosatellum sarebbe una legge in gran parte proporzionale. È vero che l’assegnazione dei seggi avviene con metodo proporzionale in misura di circa il 63%, ma a determinate condizioni può diventare un sistema iper-maggioritario. Vediamo perché.

Come funziona la legge elettorale

Il sistema elettorale è misto, per il 37% maggioritario e per il 63% proporzionale. Poco più di 1/3 dei seggi è attribuito col sistema dei collegi uninominali a turno unico, dove risulta eletto il candidato che ottiene anche un solo voto in più rispetto agli altri. Al contrario, poco meno dei 2/3 dei collegi plurinominali è col sistema proporzionale dei listini bloccati brevi, coi nomi dei candidati indicati sulla scheda elettorale (da un minimo di 2 ad un massimo di 4), ma senza facoltà per l’elettore di esprimere le preferenze per i candidati.

L’assenza del voto disgiunto e l’estensione automatica del voto dai collegi plurinominali a quelli uninominali, e viceversa, crea il cosiddetto “effetto-traino”. Facciamo un esempio prendendo in riferimento la Camera dei Deputati. Immagini il lettore 49 grosse vasche da bagno – i collegi plurinominali – ad essi sono collegate 147 docce – i collegi uninominali. Con una semplice divisione, vediamo che per ciascun collegio plurinominale sono collegati, in media, tre collegi uninominali, cioè a ciascuna vasca da bagno sono collegate in media tre docce. Al Senato, il quadro è praticamente lo stesso, con 26 collegi plurinominali e 74 uninominali.

La legge prevede che le liste dei collegi plurinominali possano presentarsi da sole o in coalizione con altre liste. Liste singole e coalizioni di liste dei plurinominali devono esprimere, per ciascun collegio uninominale, un proprio candidato. L’elettore che vota una lista del plurinominale, senza votare il candidato dell’uninominale collegato, vede il suo voto estendersi automaticamente al candidato dell’uninominale collegato (e viceversa). Questo vuol dire che la lista presentatasi singolarmente, ovvero la coalizione di liste che ottenesse più voti nei collegi plurinominali (le vasche da bagno dell’esempio), tira a sé tutte le docce, cioè i collegi uninominali collegati. Il calcolo è fatto collegio per collegio, dove, come abbiamo visto, a ciascun plurinominale sono collegati in media tre uninominali.

Quanti seggi al centrodestra?

Se dunque il distacco tra il primo e il secondo arrivato (siano liste singole o coalizioni di liste) è superiore all’incirca a 10 punti percentuali, è facile che chi ottiene intorno al 40% dei voti nei collegi plurinominali veda assegnarsi la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento. Nella situazione attuale il centrosinistra si presenta spaccato in tre: la coalizione guidata dal Pd (con +Europa, Impegno Civico e Sinistra Italiana/Verdi), la lista singola Azione + Italia Viva e infine il M5s, anch’essa lista non in coalizione. Il centrodestra corre invece unito, con quattro liste coalizzatesi: Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e Noi moderati. I voti degli elettori del centrosinistra si disperderanno inevitabilmente fra tre formazioni (la coalizione guidata dal Pd, Azione + Italia Viva e M5s), mentre i voti dell’elettorato di centrodestra confluiranno in una coalizione unitaria.

Se i sondaggi diffusi fino alla scorsa settimana fossero confermati, il distacco tra il presunto primo arrivato (centrodestra) e il presunto secondo (centrosinistra a guida Pd) potrebbe aggirarsi intorno a circa 16 punti percentuali. Questo vuol dire che se il centrodestra ottenesse all’incirca il 45% dei voti, con un distacco di circa 16 punti percentuali con chi arriva secondo, è probabile che la coalizione di centrodestra si aggiudichi quasi il 60% dei seggi. Insomma, più aumenta il distacco tra il primo ed il secondo arrivato, più aumentano i seggi in Parlamento a favore del primo. Per effetto di questo meccanismo, se il distacco tra primo e secondo fosse addirittura di oltre 20 punti percentuali, il primo arrivato potrebbe vedersi aggiudicare anche i 2/3 dei seggi in Parlamento. Ipotesi che riteniamo peraltro poco probabile.

Oggi, Enrico Letta si lamenta del Rosatellum, addossando la colpa agli altri per non averlo voluto modificare, ma dimentica di dire che il relatore della legge fu nel 2017 uno dei suoi, Ettore Rosato, oggi in Italia Viva, ma all’epoca esponente di spicco del Partito Democratico. Come si dice in questi casi, chi è causa del suo mal pianga sé stesso. Chi volesse approfondire l’argomento può leggere il nostro libro I sistemi elettorali dal dopoguerra ad oggi. Dal proporzionale puro della Prima Repubblica al Rosatellum, edito da Key editore.

Paolo Becchi e Giuseppe Palma, 19 settembre 2022