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Enel in prima linea per la transizione energetica

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Chiusura delle centrali a carbone e sviluppo delle energie rinnovabili, tutela dell’ambiente e dell’occupazione: sono i capisaldi del modello di business di cui Enel è da anni leader globale con la transizione energetica. Una strategia di crescita sostenibile, che si è già dimostrata capace di conciliare le esigenze dell’economia con quelle dell’ambiente e delle persone. – che ora è posta al centro del PNRR elaborato dal governo Draghi per la ripartenza post Covid e la lotta al cambiamento climatico. Si tratta di una rivoluzione copernicana, che sta investendo l’intera industria dell’energia e della sua filiera – dalla produzione al trasporto fino al consumo – così da ottenere una elettricità prodotta sempre più da fonti verdi, e quindi senza emissioni, immessa in reti intelligenti, che raggiunga case e imprese e altre attività commerciali dove, oltre agli usi tradizionali, diventi un vettore capace di sostituire altre soluzioni più inquinanti. Ma vediamo quanto sta già facendo Enel, e poi sfatiamo alcune fake news.

 

La road map per la chiusura delle centrali a carbone

Il piano elaborato dal gruppo guidato dall’AD Francesco Starace prevede lo sviluppo di nuova capacità da fonti rinnovabili su tutto il territorio italiano, impianti di accumulo e, solo nella misura strettamente necessaria per garantire la sicurezza del sistema elettrico nazionale, impianti a gas nei siti in cui Enel è oggi presente. Una soluzione necessaria anche per rendere possibile la chiusura degli impianti a carbone entro il 2025, in linea con quanto previsto dal Piano Nazionale Integrato Energia e Clima. Quanto al carbone, ormai più di due anni fa, era il maggio del 2019, Enel Produzione ha inviato alle istituzioni competenti tutta la documentazione necessaria per avviare la trasformazione dei siti di La Spezia, Fusina (situato nella zona industriale di Venezia), Civitavecchia e Brindisi in impianti a gas ad altissima efficienza e gli iter autorizzativi sono ancora in corso. In parallelo Enel Produzione ha presentato domanda al Ministero dello Sviluppo Economico per dismettere alcune unità degli attuali impianti a carbone, e ci sono i primi risultati concreti: il Gruppo 2 della centrale di Brindisi “Federico II” è dismesso dallo scorso gennaio mentre per i Gruppi 1 e 2 della centrale termoelettrica Andrea Palladio di Fusina è stata ottenuta l’autorizzazione del Mise per la sua dismissione a fine anno. Ancora in stand by la situazione della centrale “Eugenio Montale” di La Spezia, per cui Enel Produzione ha presentato la richiesta di autorizzazione alla messa fuori servizio dal 1 gennaio 2021 dell’unità a carbone esistente ma il Ministero ha dato parere negativo perché lo stop può avvenire solo dopo aver raggiunto nell’area nord del Paese un saldo netto tra aumenti di capacità e dismissioni di almeno 500 MW, questo al fine di garantire la sicurezza del sistema elettrico nazionale.

 

Lo sviluppo delle rinnovabili e il collo di bottiglia delle autorizzazioni

L’Italia e l’Europa hanno disegnato una road map molto impegnativa per centrare la neutralità climatica, basata sulla riduzione delle emissioni di CO2 e su una forte crescita delle rinnovabili. Una sfida a cui Enel ha risposto anche con la controllata Enel Green Power Italia, che sta contribuendo al percorso di transizione energetica del nostro Paese con un piano industriale che prevede 1,5 nuovi GW nel periodo 2021-2023, obiettivi a fronte dei quali è impegnata già oggi nello sviluppo di un portafoglio progetti in continua crescita. Va messo in chiaro però che, alla prova dei fatti, in Italia lo sviluppo delle rinnovabili incontra numerosi ostacoli e resistenze che è necessario superare. Il principale freno è rappresentato dalla complessità e lentezza degli iter autorizzativi che vengono rilasciati da parte delle autorità competenti, oltre che dal basso tasso di successo e buon esito di tali iter, rispetto agli obiettivi di decarbonizzazione del Paese. Con il risultato di creare un “collo di bottiglia” che rischia di indurre gli operatori a rinunciare agli investimenti previsti. L’esito sarebbe un doppio autogol che allontanerebbe il raggiungimento della transizione energetica e frenerebbe la crescita economica. Vale la pena soffermarsi, per capire il problema, sull’esito della quinta asta per le Fonti energetiche rinnovabili indotta dal Gse, il gestore dei servizi energetici controllato da ministero dell’Economia: la gara relativa a impianti fotovolatici ed eolici di ampia scala (cioè con taglie unitarie superiori a 1 MW) prevedeva 1.582 MW di capacità disponibile per il contingente “asta”, ma ha registrato un’offerta complessiva di soli 98,9 MW con progetti aggiudicati per 73,7 MW, pari a poco meno del 5% del lotto a disposizione.

 

Gli impianti solari e eolici non sottraggono spazio all’agricoltura

Al problema dei rallentamenti burocratici si somma poi quello dei falsi miti, errori che a volte si tramutano in incontrollabili fake news circa le rinnovabili, su cui è arrivato il momento di fare chiarezza. A cominciare dalla infondata ma generalizzata preoccupazione secondo cui gli impianti solari e quelli eolici possano sottrarre spazio all’agricoltura: entro il 2030, secondo gli attuali obiettivi previsti dal PNIEC, l’Italia dovrà installare circa 40 GW ulteriori di nuovi impianti rinnovabili, di cui si stima che la parte di progetti di ampia scala derivi per 20 GW da solare fotovoltaico a terra e 8 GW da eolico, ma questo non creerà alcun problema allo sviluppo del comparto agricolo, che al contrario rappresenta un’altra risorsa fondamentale e dove il nostro Paese è ai primi posti in Europa per valore della produzione di beni e servizi. Si stima quindi che l’occupazione di suolo dell’intera capacità solare necessaria all’Italia al 2030 andrebbe a impattare per un’estensione territoriale pari a meno dello 0,5% di tutto il territorio nazionale; tanto per dare un ordine di grandezza, si tratta di meno della metà dello spazio occupato oggi da piazzali e parcheggi: un dato di fatto che smonta definitivamente il falso mito dell’eccessiva occupazione del suolo da parte degli impianti solari ed eolici.

L’Agrivoltaico per un Paese ancora più sostenibile

La convivenza tra impianti rinnovabili e agricoltura sta inoltre sperimentando nuovi orizzonti in chiave sempre più sostenibile. È il caso dell’agrivoltaico, un metodo innovativo che vede coinvolta Enel Green Power assieme al National Renewable Energy Laboratory statunitense. Grazie al progetto InSPIRE (Innovative Site Preparation and Impact Reductions on the Environment) si stanno appurando i benefici della convivenza tra impianti fotovoltaici e coltivazioni: la sperimentazione riguarda l’utilizzo dell’ombra dei pannelli solari per efficientare l’utilizzo dell’acqua e contestualmente proteggere le coltivazioni dal sole nelle ore più calde. I primi risultati sono stati sorprendenti: una piantagione di pomodori ciliegini in Arizona – grazie all’agrivoltaico – ha diminuito la richiesta d’acqua e più che raddoppiato la resa. Senza contare che numerosi impianti fotovoltaici a terra sono già ora progettati per ridurre al minimo l’occupazione di suolo e le importanti innovazioni raggiunte con la ricerca permetteranno di raggiungere ancora migliori risultati in termini di performance. A partire dal pannello fotovoltaico con tecnologia bifacciale ad eterogiunzione (denominata “HJT”), che Enel Green Power produce nella fabbrica 3Sun di Catania, uno dei più grandi e più avanzati impianti di produzione di celle e moduli fotovoltaici in Europa. I pannelli HJT, grazie alla loro particolare tecnologia riescono a catturare la radiazione solare su entrambe le sue facciate, incrementando così l’efficienza e ottimizzando gli spazi occupati dall’impianto fotovoltaico. L’eccessiva occupazione del suolo è quindi una bugia così come il potenziale conflitto tra impianti rinnovabili e coltivazioni agricole. Al contrario le nuove centrali traineranno il processo di transizione energetica, coinvolgendo l’agricoltura in questa rivoluzione green e quest’ultima ne trarrà il beneficio di avere a disposizione soluzioni innovative in grado di incrementare la creazione di valore.

 

Impianti ibridi per un aumentare la sicurezza energetica

Sbagliato poi pensare che la crescita delle rinnovabili non programmabili possa compromettere la sicurezza energetica del nostro Paese. Alcuni detrattori le considerano come meno affidabili delle fonti tradizionali, ma puntano il dito nella direzione sbagliata. Come dicono gli esperti, infatti, ciò che risulta necessario è invece l’evoluzione e l’innovazione per consentire di integrare al meglio eolico e fotovoltaico con le altre fonti, e realizzare sistemi di accumulo connessi direttamente ai parchi fotovoltaici o eolici per incrementare la flessibilità dell’offerta e gestire l’intermittenza della produzione da fonti rinnovabili. Se il nostro Paese vuole davvero centrare la decarbonizzazione, deve quindi puntare su impianti “ibridi” che garantiscono più flessibilità e potenzino i servizi di supporto a una gestione più efficiente della rete. Proprio per questo, Enel Green Power sta già sviluppando sistemi di stoccaggio con batterie al litio, che impiegano le stesse accoppiate a impianti rinnovabili in modo da supportare al meglio l’integrazione delle fonti green con il sistema nel suo complesso.

 

I “costi” della transizione ecologica

Altro errore da correggere è quello secondo cui “L’energia rinnovabile costa troppo”. Niente di più falso, è invece competitiva e batte già oggi le fonti convenzionali. Per averne la prova è sufficiente utilizzare un metro di paragone corretto, come il cosiddetto “costo livellato dell’energia (Lcoe)”; si tratta dell’indice che rappresenta il costo dell’energia prodotta da una certa tecnologia. Va poi detto che, come dimostra una fonte terza come Bloomberg New Energy Finance, il costo dell’energia per le tecnologie eolica on-shore e solare fotovoltaico di ampia scala si è più che dimezzato tra il 2015 e il 2020. Insomma le rinnovabili hanno raggiunto la cosiddetta market parity, anche grazie a nuove tecnologie sempre più efficienti. Da queste analisi manca però un fattore chiave che, questo sì, fa lievitare i costi: i tempi per ottenere le autorizzazioni. E, come abbiamo visto, proprio questo è uno dei grandi problemi del nostro Paese: lo stesso ministro per la Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, ha di recente evidenziato che servono in media dai 4 ai 5 anni prima di poter ottenere le autorizzazioni necessarie ad aprire i cantieri di un progetto eolico; e 1,5 anni in media per il fotovoltaico. Un ostacolo anche visti gli obiettivi di decarbonizzazione fissati dall’Unione Europea: Bruxelles vuole raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, ma gli analisti stimano che questo orizzonte sia realistico solo se ci sarà uno sprint da qui al 2030. L’Italia è quindi nel decennio cruciale, ma con le tempistiche attuali, ha già la certezza di arrivare in ritardo. L’Anev, l’Associazione nazionale energia del vento, evidenzia infatti che dal 2012 il tasso di autorizzazioni rilasciate per l’eolico sia crollato dell’80%. Il recente dl Semplificazioni bis rappresenta un passo potenzialmente nella giusta direzione, ma non ancora sufficiente. Anche ai nuovi ritmi, calcola Anev, i target della transizione energetica previsti dal Piano Nazionale Integrato Energia e Clima, saranno raggiunti soltanto nel 2085. Vale a dire ben oltre il 2030. Nella Penisola la corsa delle rinnovabili si sta arenando, a causa di tempi troppo lunghi e incerti, proprio quando invece occorre una accelerazione. Un paradosso che è ora di superare.

 

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