Si assottiglia sempre più la formazione della Global Sumud Flotilla. Nei giorni scorsi, dopo l’appello italiano a trovare una mediazione diplomatica, diversi attivisti sono scesi e hanno deciso di non proseguire il viaggio. Ma ora la flotta è “momentaneamente in pausa” e perderà un pezzo a causa di un guasto al motore della barca Johnny M che è stata costretta a lasciare la missione. Quattro dei partecipanti sono scesi e torneranno a casa. Gli altri invece sono saliti su altre imbarcazioni e procederanno verso Gaza.
“Alle 4 di notte abbiamo ascoltato via radio un mayday da parte di una barca della Flotilla per evacuare le persone che erano a bordo. Abbiamo quindi messo il nostro Rhib in acqua e proceduto all’intervento richiesto trasbordando l’equipaggio della barca in difficoltà ad altre due imbarcazioni della flotta – racconta a LaPresse Anabel Montes Mier, capomissione della Life Support di EMERGENCY che naviga al fianco della Flotilla -. Ora intorno a noi ci sono tre navi militari, tra cui una italiana e una turca, e proseguiamo la navigazione in accompagnamento della Global Sumud Flotilla. Disponibili ad ulteriori interventi se ce ne fosse la necessità”. Il team di soccorritori della Life Support, che stando alla Mezzaluna Rossa turca sarebbe stata coordinata da loro, ha avvicinato la barca e ha imbarcato le 12 persone che erano a bordo per poi distribuirle su altre due barche della Flotilla. L’intervento è terminato intorno alle 6 del mattino. “Non c’è stata alcuna nave affondata, solo un guasto tecnico. Abbiamo recuperato 12 persone e le abbiamo distribuite su altre navi. Quattro di loro torneranno a casa”, ha spiegato Semih Fener, rappresentante della Flotilla.
L’arrivo è previsto, salvo altri guasti o attacchi, tra quattro giorni. Ma bisogna segnare sul calendario la data di mercoledì: sarà allora, infatti, che la Flotilla ritiene di entrare in una zona potenzialmente “a rischio”. “Ci troviamo a 300 miglia dalla Striscia, tra 2 giorni saremo nella zona di intercettazione e fra 3 a Gaza”, ha spiegato Tony Lapiccirella. “La missione è diretta a Gaza: è l’unico modo per aprire un canale umanitario permanente – spiega -. Non è mai stato preso in considerazione di fermarci a Cipro o altri cambiamenti della rotta”. La Flotilla è convinta di avere ragione, nonostante Crosetto abbia fatto sapere loro che la Fregata mandata a supporto non potrà intervenire qualora le navi decidessero di forzare il dispositivo militare imposto da Israele che, ricordiamolo, per una Commissione dell’Onu è pienamente legittimo. “Per la legge internazionale non ci sono rischi – dice invece Lapiccirella – Qualsiasi pericolo è legato alla violenza israeliana a cui i governi permettono ancora di andare oltre la legge internazionale”. Dopo una notte “movimentata”, comunque, la spedizione ripartirà. “Al momento sono 530 le persone che stanno partecipando alla missione” dice l’attivista spiegando: “Gli italiani a bordo sono meno del 10%, una quarantina. Tutti gli equipaggi delle varie imbarcazioni sono misti. La Sumud Global Flotilla è diretta a Gaza. Ognuno, ovviamente, è libero di sbarcare”.
Ma la verità è che le tensioni non mancano. Ieri vi abbiamo raccontato di come il fotoreporter fiorentino Niccolò Celesti abbia raccontato al Corriere che di “divergenze” ne sono nate eccome. La prima è stata quella tra Greta Thunberg e il direttivo, lei convinta che la comunicazione della Flotilla fosse troppo incentrata sulla missione stessa e poco sui palestinesi. Poi sono arrivati gli attacchi coi droni e la successiva proposta del governo italiano di consegnare i viveri al Patriarcato Latino di Gerusalemme per farli così arrivare in sicurezza a Gaza. Ed è proprio dopo una serata di grosse discussioni sul piano Tajani che le tensioni sono venute a galla. Molti attivisti ritenevano che l’obiettivo del viaggio fosse quello di consegnare gli aiuti umanitari raccolti, oltre che far accendere un faro sulla situazione nella Striscia, mai si era parlato di uno scontro aperto con Israele. Poi però – rifiutata la mediazione italiana – si è scoperto che “il vero obiettivo” fosse sin dal principio quello di rompere l’assedio militare creando un corridoio umanitario permanente. Una mossa pericolosissima, a rischio morti. E di cui non tutti erano stati avvertiti. “Prima di partire, durante i training a Catania, ci era stato chiaramente detto che l’obiettivo non era quello di entrare nelle acque territoriali di Gaza, che sarebbero palestinesi anche se sono controllate da Israele – ha detto Celesti – Sono state divergenze ma con lo stesso obiettivo finale, aiutare il popolo palestinese. Io sono pronto a rischiare l’arresto, le difficoltà e i pericoli, ma non a rischiare la vita senza un’analisi seria delle modalità con cui si arriva a quella capitolazione, senza una reale possibilità di successo per Gaza, e senza una strategia concreta per proteggere la vita dei volontari e delle persone coinvolte in questo progetto”.
Ora invece sembra quasi che i militanti cerchino il martirio. O il morto. O lo scontro militare. Stefano Bertoldi, al comando della barca Zefiro, ha detto in un video che “il prossimo attacco alla Flotilla, se verrà sferrato, e i segnali mi dicono di sì, sarà micidiale. È probabile che stavolta possano esserci gravi feriti ed eventualmente dei morti”. Se così fosse, sarebbe tutta colpa loro. Potevano decidere di fermarsi e non l’hanno fatto. Infischiandosene anche di Mattarella.
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