Sono rientrati tutti, gli italiani della Flotilla. E, appena arrivati in aeroporto, hanno ricominciato da dove avevano lasciato: denunce, accuse, racconti durissimi sul trattamento ricevuto dalle autorità israeliane. Ma anche un piantino, perchè la “cattiva” Farnesina non ha pagato i biglietti aerei. Ma andiamo per gradi. “Ci hanno picchiato e messo le manette”, hanno detto gli attivisti ai cronisti, rilanciando quanto già sostenuto da Dario Carotenuto, esponente del M5s, e dal giornalista de Il Fatto Quotidiano Alessandro Mantovani.
Il quadro tracciato dagli attivisti è pesante. Uno di loro ha raccontato: “Mi hanno buttato a terra, riempito di botte in quattro, mi mettevano fascette sulle mani stringendole e poi le staccavano via tirandole. Ma ancora, cercavano di farmi uscire la spalla, oppure mi prendevano per i capelli e mi alzavano su tipo trofeo”. Antonella Bundu, ex candidata alla Regione Toscana e partecipante alla missione, ha aggiunto: “A chi hanno rotto costole, a chi hanno molestato sessualmente ma è stata anche una tortura psicologica. Per andare al porto mi hanno chiuso in una gabbia di ferro di un metro, dove non si vedeva nulla e fuori i cani che abbaiavano e graffiavano sul ferro”.
Altri parlano di un salto di qualità rispetto alle missioni precedenti. “Se prima eravamo tornati umiliati ma sostanzialmente integri, stavolta torniamo letteralmente con le ossa rotte”, ha detto un attivista. Marco, un altro dei partecipanti, ha ricostruito così le fasi dell’abbordaggio: “Noi siamo stati sotto tiro sin dalle fasi dell’abbordaggio, almeno due persone sono state colpite dai cecchini che prendevano la mira per fare male. Hanno iniziato a sparare sulle barche in fase d’abbordaggio. Poi, durante l’abbordaggio, diverse persone hanno usato dei taser”. Poi, ha aggiunto, le violenze “si sono ripetute dopo, siamo stati fatti salire sulle prue delle barche per farci prendere acqua, poi quando siamo saliti su questa sorta di campo di concentramento galleggiante sono continuate in diverso modo: persone sono state massacrate di botte, sono state ore di sevizie, torture e malmenamenti”.
La cronaca, però, non finisce con il rientro. E arriviamo all’assurdo. Perché mentre Carotenuto e Mantovani erano già tornati, gli altri italiani sono riusciti a lasciare soltanto nella tarda mattinata di ieri il supercarcere di Ketziot, per poi essere trasferiti all’aeroporto di Eilat ed espulsi. La Turchia ha messo a disposizione tre voli charter per Istanbul per i 425 attivisti. Da Istanbul in poi, però, gli italiani hanno dovuto provvedere da sé. Ed è qui che arriva il dettaglio politicamente più interessante. La portavoce Maria Elena Delia ha denunciato: “Come in passato, non hanno potuto contare sul supporto della Farnesina, copriremo noi i costi”. Tradotto: dopo essere partiti per una missione politica, organizzata e rivendicata come tale, qualcuno avrebbe pure voluto il conto saldato dallo Stato italiano. Cioè da noi. La Flotilla senza vergogna: prima si parte per la propria battaglia militante, poi, quando si torna, si guarda alla Farnesina come a un’agenzia viaggi con bancomat incorporato.
Antonio Tajani ha risposto mettendo un punto molto chiaro sulla vicenda: “Non c’è da pagare, noi abbiamo assistito, ma erano lì per una missione loro e quindi torneranno per conto loro. Il problema è come sono stati trattati là'”. Il ministro degli Esteri ha precisato che non è mai arrivata una richiesta formale per il biglietto di ritorno: “Sono andati e sarebbero ritornati comunque, non è lo Stato che deve pagare i biglietti. Noi li abbiamo assistiti in tutti i modi possibili e immaginabili, mettendo il nostro consolato a disposizione”. E ha concluso: “Non credo fosse quello del biglietto aereo e non credo neanche che Israele abbia fatto pagare il biglietto”.
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Sul fronte giudiziario, intanto, si muove la procura di Roma. I pm acquisiranno il video diffuso sui social dal ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir, girato nel porto di Ashdod. Nelle immagini si vedono gli attivisti della Global Sumud Flotilla in ginocchio, con le mani ammanettate dietro la schiena, mentre vengono derisi. I magistrati di piazzale Clodio raccoglieranno anche le testimonianze degli italiani che erano a bordo delle imbarcazioni.
Sul tavolo c’è già un esposto presentato dal team legale della Flotilla, nel quale si ipotizza il reato di sequestro. L’esposto, secondo quanto si apprende, sarà integrato dopo l’ascolto degli attivisti. Non è il primo fascicolo aperto a Roma su queste missioni. Un procedimento era stato avviato dopo l’abbordaggio delle imbarcazioni partite il 26 aprile dalla Sicilia e fermate la notte del 29 aprile in acque internazionali vicino all’isola di Creta. Un altro risale allo scorso ottobre, quando attivisti e parlamentari italiani a bordo delle navi della Global Sumud Flotilla furono fermati dalle forze israeliane in prossimità della costa di Gaza e poi rimpatriati. In quell’inchiesta i pm Stefano Opilio e Lucia Lotti procedono per tortura, rapina, sequestro di persona e danneggiamento con pericolo di naufragio. Nelle scorse settimane i magistrati hanno chiesto l’inoltro di una rogatoria a Israele.
Resta il punto politico, oltre a quello giudiziario: le accuse degli attivisti saranno verificate nelle sedi competenti. Ma la pretesa implicita che lo Stato debba farsi carico anche del rientro di chi parte volontariamente per una missione militante racconta molto. Si invoca l’autonomia quando si salpa, si invoca il contribuente quando si deve tornare. Comodo, no?
Franco Lodige, 22 maggio 2026
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