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Fumo bandito? La Milano di Sala è una prigione

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C’è qualcosa che stona, e anzi inquieta, nella decisione presa dal Comune di Milano, e strombazzata a tambur battente dal sindaco Giuseppe Sala, che vieta in pratica di fumare all’aperto nei luoghi pubblici cittadini. Ma forse ancor più inquietante è che, alla nostra sensibilità e alla nostra mente, essa non generi reazioni, ma al massimo solo indifferenza. E che anzi un gruppo di prestigiosi scienziati possano tranquillamente rivoltare la frittata e scrivere una lettera al Corriere manifestando essi, al contrario, “stupore e rammarico” perché il giornale ha ospitato una riflessione critica sul provvedimento dello scrittore Antonio Scurati.

Come siamo potuti arrivare a tanto? Come possiamo accettare di cedere con così tanta tranquillità e non chalance quote non indifferenti della nostra libertà faticosamente conquistata? Beh, verrebbe da dire che la vecchia talpa marxista ha ben lavorato e che oggi le nostre menti siano state come egemonizzate da un pensiero che quasi agogna alla “servitù volontaria”. I volponi del potere non possono che approfittarne. Nessuno si accorge, allora, del fatto più evidente, e cioè che la green city smoking free immaginata da Sala & Co. è anche una città libera dalla libertà, per giocare con le parole: una prigione dorata certo, ma pur sempre una prigione. Ove tutto ciò che è irregolare, imperfetto, fuori posto, impuro, sporco, fosse pure una sigaretta, è rigorosamente scansato.

L’impressione è che si voglia non tanto combattere un male concreto, cioè le morti causate dal tabagismo, che è cosa encomiabile e giusta, ma, almeno nell’immaginazione, il Male in quanto tale, in sé stesso. In una sorta di catarsi, o autopurificazione, imposta per legge. Che in tutto questo ci sia tanta ipocrisia come dice Scurati, oppure malafede come avrebbe detto Nicola Chiaromnte, è fin troppo evidente. Non si vuole fare altro che cullare e strumentalizzare a fini politici le passioni più elementari, quelle che ieri portavano a sognare il comunismo e l’uguaglianza assoluta e che oggi sono soddisfatte dall’ambientalismo integralista che perora le ragioni di un mondo idilliaco e pulito che sarebbe altrettanto disumano del primo se fosse mai realizzato. Se poi a tutto questo aggiungiamo appunto lo scientismo degli scienziati, il gioco è bello e fatto.

Gli illustri sottoscrittori della lettera al Corriere mostrano ad ogni riga la convinzione di star parlando in nome della verità; credono che questa verità coincida senza scarti con il bene degli individui, con la loro “qualità della vita”; e pensano pure che la più parte di costoro sia manipolata e vada perciò paternalisticamente difesa e protetta da loro che sono l’avanguardia illuminata dell’umanità. Non passa minimamente per la testa a costoro l’idea che il bene degli individui sia appunto degli individui, che lo giudicano e perseguono ognuno a modo loro. E che ci sono persino persone, i masochisti, per cui il bene è farsi male.