Quarta Repubblica del 9 febbraio ha affrontato alcuni aspetti piuttosto rilevanti del caso infinito di Garlasco. Grazie al certosino contributo di Ludovica Bulian, che ha intervistato Oscar Ghizzoni, chimico forense incaricato dalla difesa di Alberto Stasi, sono emersi alcuni elementi che, tanto per cambiare, metterebbero in forte discussione la condanna a 16 anni del “Biondino dagli occhi di ghiaccio”. Su tutti quello legato al lavandino del bagno di casa Poggi, nel quale era presente un dispenser su cui furono rinvenute due impronte dell’anulare destro di Stasi.
Ebbene, su questo aspetto cruciale Nicola Porro ha sottolineato un passaggio della sentenza la quale, trattando di un argomento attinente all’idraulica, anche in questo caso sembra fare acqua da tutte le parti. “Le manovre di lavaggio – si legge – sono state poste in essere con accuratezza. Sul dispenser non è stata individuata nessuna impronta di altri soggetti, nemmeno di Chiara o dei familiari, il che attribuisce ora una indubbia e forte valenza probatoria alle due uniche impronte rilevate, che appartengono all’imputato”.
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Ora, da queste poche righe possiamo meglio comprendere, legandone l’assunto alla struttura complessiva della condanna passata in giudicato, quanto sia faticoso – secondo quanto dichiarato dal giudice che in primo grado assolse Stasi – riuscire a far incastrare i pezzi di un puzzle investigativo nel quale il fidanzato della vittima avrebbe solo 23 minuti, a cui vanno ne sottratti 7/8 per tornare a casa in bicicletta, per commettere l’efferato crimine.
Secondo la sentenza, dunque, sia il lavandino, compreso il sifone, e sia il dispenser sarebbero stati lavati accuratamente, tanto da aver lasciato solo tracce di Stasi. Peccato però che, come mostrato nel servizio curato dalla Bulian, il consulente della difesa abbia spiegato che sul dispenser in realtà c’erano molte altre impronte, sebbene in gran parte non attribuibili, tranne una che a suo dire lo sarebbe. Tuttavia, come mostrato nelle foro dell’epoca, solo una frazione molto piccola del flacone fu effettivamente esaminata, il che non fa che aumentare i nostri ragionevoli dubbi su quanto scritto nella citata sentenza.
Ma non basta, se quanto da essa riportato viene ancora da alcuni opinionisti considerato al livello delle sacre scritture, costoro dovrebbero spiegarci come sia possibile lavare accuratamente con un qualche detergente (visto che come ha spiegato il consulente di Andrea Sempio, Armando Palmegiani, l’acqua da sola non è in grado di eliminare del tutto le tracce ematiche) lavandino, dispenser e sifone, lasciando però il tutto abbastanza sporco, pieno di colature di sapone e con la presenza di quattro capelli che non sono mai stati analizzati.
Inoltre, dato che Stasi non aveva certamente le competenze di un idraulico, immagino che i famosi 23 minuti non gli sarebbero bastati nemmeno per capire come si dovesse smontare e rimontare il relativo sifone.
Quindi è evidente che quanto riportato in sentenza – perché a questo ci dobbiamo riferire nel dibattito pubblico – non sta letteralmente in piedi, anche se oggi gli irriducibili colpevolisti sostengono che forse Stasi queste operazioni non le avrebbe realmente compiute, ripulendosi semplicemente coi due teli di mare che sarebbero spariti da casa Poggi.
Tuttavia, è proprio questo postumo aggiustamento dei fatti acclarati che gli stessi colpevolisti cercano di fare oggi ciò che, a mio modesto parere, caratterizza alcune delle più controverse sentenze degli ultimi anni, compresa quella che stiamo esaminando.
Infatti, per condannare Stasi si è dovuto sostenere che il lavandino e il dispenser fossero stati “lavati accuratamente”, quando di accurato c’era ben poco. Così come nella stessa sentenza si evidenzia a carico del condannato che egli dichiarò all’inizio, chiamando i soccorsi, che pensava ad un incidente domestico, quando in realtà lo avevano supposto i primi carabinieri intervenuti sulla scena. Tant’è che la Cassazione, nel confermare la condanna, eliminò questo passaggio imbarazzante.
E che dire dell’indizio “grave e concordante” dell’impronta di scarpa insanguinata attribuita a Stasi, di cui si è parlato nella citata trasmissione. A parte la discutibile attribuzione del numero, un 42 che la nuova Procura e i consulenti di Stasi contestano, all’epoca venne riferita al condannato senza aver dimostrato che egli avesse mai acquistato un paio di scarpe Frau estive della stessa misura. Insomma, più si scava su questa vicenda e più si scopre che la granitica condanna di Alberto Stasi sembra proprio scritta sull’acqua, tanto per restare sul tema idraulico.
Claudio Romiti, 10 febbraio 2026
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