Cronaca

Garlasco, la domanda che nessuno vuole fare sulla condanna di Stasi

L'omicidio di Chiara Poggi continua a occupare la cronaca giudiziaria: ecco uno spunto che impone una riflessione sulla giustizia

(immagine realizzata con l'intelligenza artificiale)

In merito agli ultimi e clamorosi sviluppi nel caso di Garlasco, l’avvocato della famiglia Poggi, l’avvocato Gian Luigi Tizzoni, ha pesantemente criticato il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Quest’ultimo in particolare ha recentemente ribadito un concetto che dovrebbe stare a cuore a chi si professa garantista; ovvero che, come sostenuto dal Guardasigilli, va cambiata la legge, la quale dovrebbe impedire che una persona assolta per due volte – secondo la cosiddetta doppia conforme – possa poi essere condannata anche senza nuove prove, come di fatto è accaduto ai danni di Alberto Stasi.

A tale proposito, vorrei ricordare, nel sistema anglosassone del common law, non solo c’è il divieto del doppio processo per lo stesso reato – il famoso “no bis in idem” -, ma anche qualora spuntassero nuove e decisive prove, non sarebbe possibile riprocessare la persona assolta. Ma evidentemente il buon Tizzoni, al pari di tutti coloro i quali – secondo una brillante definizione di Maurizio Belpietro, espressa nel talk diretto da Paolo Del Debbio su Rete 4, sembra essere orfano di un colpevole.

Sta di fatto che il legale, parlando con i giornalisti, ha dichiarato che Nordio “forse non conosce” il processo di Garlasco.  A suo dire, esprimendo a mio avviso una argomentazione di scarso rilievo fattuale, il processo di primo grado si sarebbe fondato su “una testimonianza fondamentale che è poi risultata falsa”. Quella dell’ex comandante dei carabinieri della locale stazione relativamente al mancato sequestro della altrettanto famosa bicicletta nera, posteggiata nel box aziendale del padre del condannato, e che non fu a suo tempo sequestrata – ma questo Tizzoni non lo spiega – perché non corrispondeva affatto alla descrizione fatta dalla signora Bermani, che vide, la mattina del delitto, una bici nera parcheggiata in prossimità di casa Poggi.

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Così come l’avvocato non spiega che la falsa testimonianza, la cui condanna non fu mai tale, perché il presunto reato si prescrisse dopo il primo grado di giudizio, sebbene Marchetto dovette comunque versare alla famiglia Poggi 10.000 euro di risarcimento. Ma questa presunta falsa testimonianza – dato che la prescrizione estingue il reato – fu tale da inficiare l’esito di un processo, quello condotto da Stefano Vitelli in qualità di giudice monocratico, che si concluse con l’assoluzione del “Biondino dagli occhi di ghiaccio”?

Secondo l’accusa rivolta al maresciallo Marchetto, accusa mossa poco prima che Stasi fosse condannato in via definitiva, quest’ultimo ha dichiarato al giudice di essere presente quando la citata signora Bermani rilasciava la sua dichiarazione testimoniale in merito alla bicicletta nera, mentre in realtà era presente in caserma. Sta di fatto che egli, con il foglio della minuziosa descrizione fatta dalla teste, verificò di persona che non corrispondeva alla bici nera della appartenente alla famiglia Stasi. Domanda, la cui risposta lascio al paziente lettore: sarebbe questo un elemento così grave da consentire, come avvenne in seguito, di condannare a 16 anni di carcere un ragazzo, in base a ciò che sta emergendo dalla nuova inchiesta, la cui unica “colpa” sarebbe stata quella di trovarsi nel posto sbagliato e nel momento sbagliato?

Claudio Romiti, 21 maggio 2026

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