Cronaca

Garlasco, su Stasi c’è una domanda a cui nessuno sa ancora rispondere

Chi parla di condanna inattaccabile deve fare i conti con le incongruenze che, dopo quasi vent'anni, continuano a riemergere

stasi quarta repubblica
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L’ultima puntata di Quarta Repubblica, nel lungo segmento in cui si è discusso sul caso di Garlasco, ha messo in risalto la differenza abissale che esiste tra gli adoratori a prescindere della sentenza passata in giudicato – quella che ha condannato a 16 anni di carcere Alberto Stasi – e le persone che, a qualsiasi titolo, coltivano il seme del dubbio.

Un dubbio che sulla colpevolezza di quest’ultimo è sempre stato per chi scrive grande come un grattacielo. Mi spiace dirlo, ma tra gli esponenti di chi ancora oggi accetta aprioristicamente una sentenza che non sta letteralmente in piedi, il cui colpo di grazia sembra averglielo inferto l’attuale indagine a carico di Andrea Sempio, debbo ancora una volta annoverare Massimo Lugli, prestigioso giornalista e scrittore di cronaca nera.

Contrapposto all’ottima Hoara Borselli, che si è ragionevolmente stupita che ancora oggi non si riesca a far tornare in libertà “un presunto innocente”, considerata propria la montagna di incongruenze emerse di recente, che si sono sommate a quelle già evidenti nei primi processi, Lugli l’ha rimbeccata sostenendo che se la giornalista avesse letto le carte, si sarebbe convinta del fatto che la sentenza di condanna risulta assolutamente inattaccabile.

D’altro canto, come lo stesso ha appena accennato nel corso del programma, il nostro è altrettanto convinto circa la solidità di un’altra assai contestata sentenza; quella che ha spedito all’ergastolo due tra i più improbabili assassini della storia giudiziaria di un Paese in testa alla classifica mondiale per le ingiuste detenzioni: Olindo Romano e Rosa Bazzi, condannati all’ergastolo per la strage di Erba.

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Tra l’altro, sebbene Lugli abbia fatto riferimento all’altissimo livello dei magistrati della Cassazione che hanno confermato la colpevolezza di Stasi, egli anche in questa occasione omette un dettaglio che in passato il dominante mainstream colpevolista ha sempre evitato di sottolineare. Ovvero ciò che disse il sostituto procuratore Oscar Cedrangolo – colui che in Cassazione sosteneva l’accusa – rivolgendosi ai cinque giudici, dopo aver letteralmente smontato tutti gli indizi a carico dell’imputato: “Io non sono in grado di dire se Alberto Stasi sia colpevole o no. E nemmeno voi”.

Tutto ciò, caro Lugli, unito alle due prime assoluzioni avrebbe dovuto da tempo far sorgere nella mente di qualunque libero pensatore il sospetto che molto probabilmente nel pasticciaccio brutto che ha condannato il “Biondino dagli occhi di ghiaccio” qualcosa sia andata storta. Altro che sentenza inattaccabile.

Claudio Romiti, 10 giugno 2026

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