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La crisi del gas

Gas, ora sono dolori: la mossa della Cina ci mette nei guai

Pechino blocca le esportazioni di Gnl verso l’Europa e l’Asia. Una scelta che complica ulteriormente la crisi di Bruxelles

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Diventa sempre più profondo il rapporto economico tra Russia e Cina. Nel corso di questi dieci mesi, il Dragone ha aumentato di quasi un terzo la quantità di gas naturale liquido acquistato dalla Russia, ritrovando in Mosca il suo quarto principale fornitore di gas.

L’alleanza Xi-Putin

I numeri devono interessare soprattutto al nostro continente. Pechino, infatti, a partire dalla guerra in Ucraina, ha scalato la quarta posizione in termini di produzione mondiale di Gnl. Ciò rappresenta una significativa saldatura, proprio perché Putin vende il proprio gas a Xi – con un aumento di guadagno da parte del primo di quasi 200 miliardi di dollari – e la Cina, almeno fino ad oggi, lo rivendeva direttamente all’Unione Europea.

Sì, una mossa a dir poco discutibile da parte dei vertici di Bruxelles: il gas cinese risultava essere sempre quello proveniente da Mosca, ed è anche per questo che molti Paesi, in sede europea, avevano manifestato il proprio via libera per la fissazione di un price cap non solo sulla Russia, ma su tutte le importazioni di gas.

Stop alle forniture

Ma perché abbiamo scritto “almeno fino ad oggi”? Perché il regime di Xi Jinping, al termine dell’appena passato ventesimo congresso del Partito Comunista, ha ordinato agli operatori di gas pubblici di fermare la rivendita di Gnl in Europa ed Asia, al fine di garantire i livelli di fornitura in vista della stagione invernale. Una giustificazione che appare fuorviante, visto che Pechino ha aumentato il proprio rapporto con Putin e, contemporaneamente, incrementato la produzione interna, che crescerà del 7 per cento solo nel 2022.

La strategia, al contrario, risponderebbe a due esiti diversi. Da una parte, ad inizio conflitto, Xi continuava a vendere il gas russo, passante per la Cina, all’Ue, ma ad un prezzo superiore di ben tre volte rispetto a quello fissato dalla Federazione. Ciò ha portato l’Europa a contare sul metano russo-cinese, che aveva sfiorato l’8 per cento delle importazioni di gas nel nostro continente. Ad oggi, però, Bruxelles non potrà neanche garantire quella ingente percentuale. E non si tratta di un problema sottovalutabile, visto che ci stiamo avvicinando ai mesi più freddi dell’anno.

Autosufficienza

La domanda che sorge è: in che modo Bruxelles riuscirà a sopperire alle mancanze cinesi? Nel corso di questi mesi, gli Stati Uniti sono riusciti a convincere il Giappone a trasferire quantità del proprio Gnl dall’Asia all’Europa, questo per far fronte alla crisi nascente dalla guerra russo-ucraina. Ma è evidente che un’ulteriore richiesta difficilmente troverebbe il favore di Tokyo, anch’essa messa in crisi dalla mossa geopolitica del regime comunista cinese.

La soluzione posta sul tavolo, fino ad ora, è quella di un raddoppio delle forniture provenienti dall’Azerbaigian entro il 2027; oltre ad un progressivo incremento delle esportazioni algerine – diventato il primo importatore dell’Italia – ed un potenziamento delle riserve di Paesi Bassi e Norvegia. Il macro-problema, però, è sempre lo stesso: Bruxelles rimane ancorata al gas proveniente fuori dai suoi confini.

In sostanza, il nostro continente resta sempre e comunque ricattabile dai propri fornitori esterni: la decisione di ieri sera della Cina ne è l’esempio più plastico. L’unica alternativa rimarrebbe il potenziamento interno delle nostre riserve, volto al raggiungimento dell’autosufficienza, ma che si tratta, pur sempre, di un’opzione applicabile nel lungo (anzi, lunghissimo) periodo. Troppo tardi per un problema che ci ha già investito da mesi.

Matteo Milanesi, 18 ottobre 2022