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La corsa al voto

Giorgia Meloni, la leader combattente (che non sarà mai Thatcher)

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Giorgia Meloni ha in sé qualcosa di antico, di fuori dal tempo, come di giovinezza perduta, non sfiorita, ma perduta, non vissuta, per quella passione divorante che prende certi e non li lascia mai. Già immersa nella politica liceale a 15 anni, non è più riemersa, è stata dirigente di partito, ministro, oggi è presidente del Consiglio in pectore e intanto il tempo se ne va. Ancor giovane di età, ma i suoi riferimenti della cultura popolare sono molto simili a quelli di sinistra: i cantautori, quelli che stavano dall’altra parte ma erano solidi, dicevano delle cose o così almeno piace credere. Poi Tolkien, d’accordo, ma ormai Tolkien se lo sta prendendo l’immaginario comunista.

Non è facile essere Giorgia Meloni. Sempre dalla parte sbagliata della storia, sempre accusata di nostalgie improbabili, lei che non ha mai fatto un saluto romano in vita sua, oggi alle prese con un compito difficile ovunque, terribile in Italia: il governo, la palude dei poteri, delle faide, delle nomine, del manageriato di stato, tutti coi coltelli ben affilati dietro la schiena. A sinistra la odiano di un odio meschino, comunista, mai riservato nessuno, nemmeno al “Cavaliere nero” Berlusconi: la delegittimano come donna, come madre, come essere umano e non sono tanto le figurine del presepe straccione, le cubiste alla Elodie, le carampane come Bertè, le intriganti patetiche come Murgia, quelle sono mosche cocchiere, il fatto è che quando, da sinistra, le danno della fascista, cioè più o meno cento volte al giorno, non è che ci credano, scemi sì ma non fino a questo punto, è che le stanno mandando un avvertimento: tu puoi anche prendere i voti che vuoi, ma poi devi fare come vogliamo noi, devi normalizzarti e rigare dritto.

Giorgia Meloni, tutt’altro che sciocca, lo capisce benissimo ed è qui che cominciano i suoi guai: se non si normalizza abbastanza, salta, se si normalizza troppo finisce come Salvini. Ma qual è il giusto mezzo, ammesso che esista, che paga in politica, restando decente? La voteranno in tanti: chi per dispetto e chi in sospetto, chi per convinzione, chi per esasperazione e chi per provarla come un dentifricio. Ma ha contro l’Unione Europea, che è una cosca massonica, Mattarella non la ama, ed è un eufemismo, l’intellighenzia idiota la schifa anche se pronta a farsi comprare, fedele al motto “chi mi passa a magnà, gli dico babbo”. Neanche da destra, però, può dormire sonni tranquilli: Forza Italia la detesta neppure cordialmente, la Lega non ne parliamo, il sospetto, autentico segreto di Pulcinella, è che si mettano d’accordo per segarla.

Fateci caso: non si trova una donna a sostenerla, da nessuna parte. Lei regge, come una che è cresciuta senza un padre inaffidabile e ha deciso di strappare quelle radici: caro babbo, meglio sola. C’è chi i traumi li lascia lì a farsene macerare e chi li trasforma in rabbia, in energia. Ma scavano sempre. Da cui una condizione di isolamento, estroflesso non meno che interiore. Dicono che Giorgia si fidi poco e comunque solo del suo cerchio magico, fatto di parenti e di amici storici: è un guaio, un partito egemone alla lunga non può reggersi sull’aria asfittica della sindrome da accerchiamento e nel giro di cervelli accesi se ne trovano pochi. Sicché prende corpo quella che forse è solo una porcata giornalistica, speriamolo almeno, la leggenda della leader dell’unico partito di opposizione, più teorica che reale, eterodiretta dal banchiere che l’aveva preceduta al governo.

Altri gossip insinuano un inciucio verecondo col perdente annunciato, Letta, a giochi fatti: di sicuro Mattarella, che non è mai stato un Presidente neutrale, farà l’impossibile per non concederle l’incarico, secondo desiderata europei, o se non altro per dargliene uno a condizioni impossibili. Insomma, un gran casino. La Giorgia, dipinta come pesciarola, baldracca, carogna, torturatrice, incassa tutto e sceglie di smussare i toni: se il provocatore gender sale sul palco per innervosirla, lei lo fa parlare, blocca la scorta, e quello se ne torna con una crisi isterica perché non sa più cosa dire. Essendo una che impara in fretta, non ripeterà lo scivolone spagnolo dove le partì un po’ la brocca e si mise a concionare non da leader ma da capopopolo.

Altri dettagli sono ancora da limare, ma lì gioca la natura e gioca il desiderio, comprensibile, di rassicurare l’elettorato storico e la parte politicamente decrepita dei La Russa e delle Rauti; aspetti che possono piacere e non piacere, quell’enfasi sull’italianità, quell’inneggiare continuamente alla Patria, ai patrioti, un po’ da balcone, effettivamente, quel ricordare a tutti che lei è una combattente, una che lotta, e qui più che un improbabile nostalgismo torna fuori la gioventù – non giovinezza, gioventù – mancata, sacrificata all’altare della passion politica.

La accusano, e fanno ridere, anche dato il curriculo, cioè il cursus honorum delle chiappe su un cubo, la accusano di ignoranza. No, Meloni non è affatto ignorante, ma le serve una prospettiva culturale per il partito, che non sia quella esclusiva di un conservatorismo asfittico o mutuato dal populismo socialista, socialfascista. C’è un problema di teste pensanti, ma pensanti davvero, e con fantasia, e con antenne sul presente, critiche fin che si vuole ma attente, che non può essere risolto dai giullari fuori di testa alla Morgan.

Quo vadis, Giorgia? A Palazzo Chigi, Mattarella permettendo, ma poi? Il rischio è di deludere chi si aspetta una Thatcher italiana, fingendo di non sapere che una Thatcher qui non nascerà mai perché non ci sono proprio le condizioni sociali, storiche, perfino gastronomiche; ma pure di stufare chi pretende una Giorgia nera, combattentista, il coltello fra i denti, la bella morte, quel tratto tipico della destra italica, autoritaria quanto la sinistra e quanto il mondo cattolico (è questa la grande tragedia nazionale, ed è appunto storica), mai chinare la testa, a una sberla rispondere con uno sganassone, mai arretrare di un passo. Ma un capo di governo dovrà sapere anche arretrare. Ce la farà Giorgia Meloni? Probabilmente finirà col deludere tutti, chi la vuole morbida e chi ferrea e un po’ per le condizioni insanabili del gran bordello italico, e un po’ per quell’indole statalista, sovvenzionatrice, e quindi tassatora, che, alla fine, li mette tutti ma proprio tutti d’accordo.

Non basta voler abolire il reddito parassitario di cittadinanza se poi qualcuno dei tuoi vuole la pioggia dei bonus, la nazionalizzazione di Ita e un sacco di altre manovre del clientelismo eterno. E intanto il tempo se ne va, divora come la passione, Giorgia non sarà mai una Thatcher ma ci accontenteremmo che, nell’età della ragione, perdesse il piglio combattente ma non la libertà, che non è solo democrazia ma è la gioventù avuta mai.

Max Del Papa, 8 settembre 2022