Esteri

Gli ostaggi di Hamas: “Picchiati, incatenati, al buio”. I pro Pal che dicono?

Mesi nei tunnel, incatenati e denutriti. Ma secondo Francesca Albanese & Co. parlare delle loro sofferenze è “fuorviante”

ostaggi albanese israele gaza Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Non bisogna parlare degli ostaggi israeliani. Lo ha detto, senza troppe giravolte, Francesca Albanese, la relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi nonchè nuovo punto di riferimento della sinistra. Con lei diversi, tantissimi esponenti di spicco del mondo pro Pal. “Concentrarsi sugli ostaggi distoglie l’attenzione dal genocidio a Gaza”, ha scritto ancora la Albanese in uno dei suoi post più commentati. Peccato che quella frase — fredda, burocratica, spietata — oggi suoni come uno schiaffo in faccia alla realtà. Perché adesso gli ostaggi sono tornati. O almeno, quelli vivi.

E si scopre che non è affatto “distrazione”, ma verità. Che sotto i tunnel di Hamas, nel buio della Striscia, per 738 giorni, c’era l’inferno. Non metaforico. Reale. Ecco cosa c’era dietro il silenzio forzato, dietro i “non bisogna parlarne”. Catene, botte, torture, fame. Donne e uomini tenuti come animali. Altro che propaganda israeliana. Altro che “distrazione”. È l’opposto: ignorare questo orrore è stato un atto di complicità.

Haaretz, il più progressista dei giornali israeliani, apre così un suo articolo: “Per la prima volta in oltre due anni, nessun ostaggio ancora vivo è nelle mani di Hamas”. Una frase semplice, ma devastante. Perché se oggi quei prigionieri sono tornati, vuol dire che fino a ieri c’erano. E che mentre nei salotti europei ci si stracciava le vesti per i “crimini di guerra” di Israele, qualcuno là sotto era legato a una catena, sotto terra, con una pita al giorno, magari con un finto bagno annuale come regalo di anniversario.

Chiedetelo a Elkana Bohbot. Rapito al Nova Festival, tenuto incatenato per due anni in un tunnel. Racconta: “Lì sotto ho perso la cognizione del tempo e dello spazio” riporta Repubblica. I miliziani, prima di liberarlo, lo imbottiscono di cibo. Non per bontà, ma perché non volevano che sembrasse denutrito. La solita farsa mediatica. I medici oggi gli trovano problemi allo stomaco, alla schiena, alle gambe. Suo figlio, 5 anni, lo aspettava guardando il cielo con un binocolo costruito all’asilo.

Ma questo non doveva far notizia, vero? Poi c’è Matan Angrest, soldato. Quattro mesi da solo, al buio. Operato alla mano senza anestesia. Gli dicono che Israele l’ha abbandonato, che la guerra è finita, che i suoi nonni — sopravvissuti alla Shoah — sono morti. Bugie su bugie. Quando li rivede vivi, piange. Ha dimenticato il momento del rapimento, ma ricorda le bombe, i crolli, l’aria irrespirabile delle macerie. Lo imbottiscono di cibo, anche lui, prima del rilascio. Per sembrare sano, pulito, “presentabile” al mondo.

Ma per Albanese e soci, tutto questo è secondario. Nimrod Cohen, invece, oggi viene definito dai suoi genitori “ancora lo stesso ragazzo”. Ma lo dicono con la voce spezzata. Perché sotto quei tunnel c’era anche lui, due anni interi. Gli davano qualche informazione, non per pietà, ma per confonderlo. Lo manipolavano. Gli dicevano che la guerra era finita, che Israele lo aveva dimenticato. Solo dopo il rilascio scopre che tutto il suo popolo stava lottando per lui. Il padre, finalmente, parla chiaro: “La guerra non è finita. Netanyahu deve farsi da parte. Ma ora, almeno, mio figlio è a casa”. Non è un estremista. È un genitore. Ma è stato silenziato per due anni, perché “gli ostaggi non contano”.

E poi c’è Avinatan Or, forse il più devastato di tutti. La sua immagine è rimasta impressa a chiunque abbia visto il video del rapimento di Noa Argamani, la sua fidanzata. Lei urla, lo cerca. Lui è portato via. Non la rivede più, non sa nemmeno se è viva. Passa due anni completamente solo, senza sapere nulla. Ha perso fino al 40% del peso. Quando lo liberano, è irriconoscibile. È Noa, ora libera, a scrivere: “Due anni in cui i terroristi ci hanno rapito, mi hanno strappato via da Avinatan davanti agli occhi del mondo intero”. Davanti agli occhi del mondo intero, e il mondo ha voltato lo sguardo.

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Infine c’è Evyatar David, quello del video che tutti ricordano: in ginocchio, costretto a scavarsi la fossa. Uno scheletro vivente che riceve una lattina da un aguzzino. Nessuna pietà, solo umiliazione. Anche lui rapito al Nova Festival. Anche lui tenuto in isolamento, costretto a credere che Israele fosse scomparso. Il padre lo dice senza mezzi termini: “Ce lo sentivamo che ce l’avrebbe fatta. Ora inizia un nuovo percorso”. Un nuovo percorso, ma non per chi ha preferito raccontare solo metà della storia.

Chi ha deciso che gli ostaggi israeliani non fossero degni di attenzione — perché “bianchi”, perché “ebrei”, perché “occupanti”, scegliete voi l’etichetta — oggi dovrebbe guardare in faccia la realtà: sono stati trattati come ostaggi, torturati come ostaggi e liberati come ostaggi. E no, non è propaganda. È solo che, come al solito, ci si è commossi a comando, a giorni alterni, a seconda del colore della bandiera. Ora è il momento di smetterla con l’ipocrisia. E, magari, di cominciare a raccontare tutto. Anche quello che dà fastidio alla Albanese.

Franco Lodige, 15 ottobre 2025

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