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Gli Usa rischiano una nuova guerra civile

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Leggevo un sondaggio secondo il quale metà degli americani si dicono convinti che entro quattro-cinque anni gli Usa saranno squassati da una guerra civile. Possibile? Certo, non sarebbe come la precedente e, finora, unica. Quella tra nordisti e sudisti aveva ragioni economiche, che per agli americani sono sempre state le più importanti. Sulla loro moneta, il dollaro, c’è scritto che hanno fede in Dio («In God we trust») ma è messo in modo che non si capisce se il Dio sia proprio la moneta. Si potrebbe anche sospettarlo, dal momento che è sempre uguale a se stessa da quasi due secoli, mentre tutti gli altri Paesi cambiano spesso la loro per renderne complicata la falsificazione.

La guerra civile ottocentesca fu detta di Secessione perché il Nord industriale e protezionista stava strangolando il Sud agrario e liberista. E il Sud si auto-confederò appellandosi al diritto di ogni Stato, come da Costituzione, di uscire dal Patto quando questo gli fosse diventato stretto di collo. Il Nord li chiamò «ribelli» e bloccò i loro porti manu militari. Quelli, che producevano soprattutto cotone e lo vendevano agli inglesi che lo trasformavano in tessuti per rivenderlo a mezzo mondo, a quel punto capirono che la cosa andava risolta coi cannoni. Fu così che gli Usa, senza che nessuno se ne accorgesse, diventarono più centralisti e meno libertari di quel che si pensa: il Nord trattò il Sud vinto da colonia e il resto vedetevelo in Via col vento.

Col tempo, capito che insistere in tal senso serviva solo a prepararne un’altra, di guerra, ai vinti fu concesso l’onore delle armi. Poterono alzare monumenti ai loro generali sconfitti, esporre la vecchia bandiera confederata accanto a quella stelle-strisce, fare film (come Joshua Welsh, di Clint Eastwood) che riequilibravano l’immagine del nordista buono e del sudista cattivo. Per un paragone, anche noi avemmo la guerra civile negli stessi anni, ma ancora oggi i Piemontesi sono i buoni e i Borbonici i cattivi, e guai a chi osasse, per cancel culture, tirar giù le statue di Garibaldi (che, tra parentesi, sono talmente tante da rendere impensabile l’operazione).

E veniamo alla prossima guerra civile americana. Come ho avuto modo di scrivere su questo sito, dietro al Trump-pensiero c’è mezza America, basta guardare le cifre. L’altra mezza (in realtà molto meno di metà) è woke. Che però ha in mano tutta la propaganda. La sua narrazione può sembrare “americana” a noi provinciali, ma non al negoziante di Chicago che deve stare sulla porta pistola in pugno per difendere la sua proprietà dagli «espropri proletari» dei black lives matter. Sì, perché è lì che vanno sempre a parare le esplosioni di violenza quando un afro viene ucciso da un poliziotto (magari afro pure lui).

Come sappiamo, chi cavalca la protesta (ma meglio sarebbe dire che la aizza, e vedremo perché) è la sinistra, i dem che lì chiamano, chissà perché, liberals. Quale maligno potrebbe pensare che la pervicacia con cui quest’ultima difende e allarga l’aborto («a nascita parziale», roba che manco gli antichi romani) sia strategica, dato che i neri negli States hanno percentuali di abortività stratosferici. Cioè: diamo loro quel che vogliono, così si estingueranno e avremo risolto il problema razziale. Ma non vogliamo fare i dem americani più furbi di quel che sono: sono Biden, Pelosi, Kamala Harris, Ocasio Cortes, mica Kissinger o Brzezinski.

No, come ho già scritto qui sono marxisti, anche se a qualcuno può suonare strano. La lunga marcia del marxismo negli Usa è cominciata quando la c.d. Scuola di Francoforte, col fiato di Hitler sul collo, emigrò armi e bagagli nelle università Usa. Oggi, Gramsci e Toni Negri sono gli autori più letti colà. Ebbene, uno dei cardini del marxismo è la dialettizzazione dei contrasti. Si punta su una minoranza culturale, la si dichiara oppressa e la si sobilla. Cavalcata dai «rivoluzionari di professione», porterà al trionfo del comunismo filosofico. E dunque sociale.

Tradotto: neri contro bianchi, donne contro uomini, gay contro etero. E così via. Il processo richiede tempo, ma infallibilmente porterà al Sol dell’Avvenire: un mondo livellato e gestito dietro le quinte dai quattro gatti che hanno fatto propria la lezione gramsciana. Ma acca’ nisciuno è fesso nemmeno in America, dove, si ricordi, tutti sono armati.

Rino Cammilleri, 8 settembre 2022