Il premio Nobel per la Pace 2026 va a Navi Pillay, la giurista sudafricana che ha accusato Israele di aver commesso un genocidio nella Striscia di Gaza, chiamando direttamente in causa il governo di Benjamin Netanyahu. È questa la scelta del Comitato norvegese, che ha deciso di premiare l’ex Alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani per il suo impegno nella difesa del diritto internazionale. Un riconoscimento prestigioso che riporta inevitabilmente al centro dell’attenzione anche le sue durissime posizioni contro lo Stato ebraico.
Nata a Durban nel 1941, da una famiglia di origini tamil-indiane, Pillay ha costruito la propria carriera durante gli anni dell’apartheid, distinguendosi nella difesa di Nelson Mandela e di altri oppositori del regime sudafricano. Prima donna nera a diventare giudice dell’Alta Corte del Sudafrica, ha successivamente lavorato nel Tribunale penale internazionale per il Ruanda, di cui è stata presidente, e nella Corte penale internazionale. Dal 2008 al 2014 ha ricoperto l’incarico di Alta commissaria Onu per i diritti umani. Più recentemente è stata giudice ad hoc della Corte internazionale di giustizia nel procedimento sul presunto genocidio dei rohingya in Myanmar.
Ma è soprattutto il suo ruolo nella Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi e Israele ad aver alimentato le polemiche. Nel settembre del 2025, sotto la sua presidenza, la Commissione pubblicò un rapporto nel quale sosteneva che Israele avesse commesso un genocidio a Gaza. Secondo gli investigatori, le forze israeliane avrebbero compiuto quattro dei cinque atti contemplati dalla Convenzione del 1948, tra cui uccisioni, gravi lesioni fisiche e psicologiche e l’imposizione di condizioni di vita finalizzate alla distruzione della popolazione palestinese.
“Vi è l’intenzione di distruggere i palestinesi a Gaza attraverso atti che soddisfano i criteri stabiliti dalla Convenzione sul genocidio”, dichiarò allora Pillay. Le conclusioni della Commissione chiamavano in causa le massime autorità israeliane, compreso il premier Netanyahu, accusandole di aver perseguito una politica diretta alla distruzione dei palestinesi nella Striscia.
Accuse pesantissime, che Israele ha sempre respinto con fermezza. Il governo israeliano ha contestato il rapporto definendolo diffamatorio e denunciando un’impostazione pregiudizialmente ostile allo Stato ebraico. Secondo Gerusalemme, la Commissione avrebbe trascurato il ruolo di Hamas e le atrocità del 7 ottobre 2023, trasformando un’indagine internazionale in un atto d’accusa unilaterale. Israele continua a sostenere che le operazioni militari nella Striscia abbiano avuto come obiettivo la distruzione delle capacità militari di Hamas, non l’eliminazione del popolo palestinese.
E qui emerge una distinzione fondamentale. Le conclusioni della Commissione presieduta da Pillay non costituiscono una sentenza di un tribunale internazionale. La Corte internazionale di giustizia, chiamata a pronunciarsi sulla denuncia presentata dal Sudafrica contro Israele, non ha ancora emesso una decisione definitiva sull’esistenza di un genocidio. Ha disposto misure provvisorie per la protezione della popolazione palestinese, ma il procedimento sul merito resta aperto. Diversa la posizione della Corte penale internazionale, che nel novembre 2024 ha emesso mandati d’arresto nei confronti di Netanyahu e dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant per presunti crimini di guerra e contro l’umanità, non per genocidio. Anche in questo caso – va precisato – non si tratta di condanne definitive.
Leggi anche:
C’è poi un altro elemento che Israele richiama per contestare l’accusa di voler sterminare deliberatamente la popolazione civile: gli avvisi di evacuazione diffusi dall’esercito prima e durante numerose operazioni militari. Fin dall’inizio della guerra, le forze israeliane hanno utilizzato volantini, telefonate, messaggi telefonici e mappe per invitare gli abitanti ad abbandonare le aree interessate dai combattimenti. Secondo i dati diffusi dall’Idf, al 31 marzo 2024 erano state effettuate circa 100 mila telefonate, distribuiti 9,3 milioni di volantini e inviati 15,5 milioni di sms con indicazioni di evacuazione. Misure che, nella posizione israeliana, dimostrano il tentativo di limitare le vittime civili, pur non esaurendo la questione del rispetto del diritto umanitario.
Il riconoscimento a Pillay riapre dunque un confronto che va ben oltre la sua carriera. Da una parte le conclusioni della Commissione Onu, dall’altra la posizione israeliana, secondo cui l’offensiva contro Hamas non può essere equiparata a un progetto di sterminio. Sul piano giudiziario, il punto resta uno: l’accusa di genocidio non è stata ancora accertata da una sentenza definitiva della Corte internazionale di giustizia. E il Nobel per la Pace, per quanto prestigioso, non cambia questo dato.
Massimo Balsamo, 9 ottobre 2026
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).


