Eccoli, i primi arresti per la guerriglia No Tav del 25 luglio. Non due valligiani esasperati, non due anziani contadini preoccupati per il proprio terreno, non due cittadini della Val di Susa travolti dall’avanzata del progresso. Due venticinquenni tedeschi. La procura di Torino ha chiesto la convalida dell’arresto, eseguito dalla Digos in flagranza differita, e l’applicazione della custodia cautelare in carcere. I due giovani sono indagati, in concorso con altri soggetti ancora da identificare, per devastazione aggravata e resistenza aggravata a pubblico ufficiale durante gli scontri avvenuti nei pressi del cantiere Tav di Chiomonte.
È bene utilizzare le parole corrette. Non una manifestazione degenerata per caso. Non qualche momento di tensione. Secondo l’accusa, una vera azione organizzata, condotta insieme alle centinaia di antagonisti del cosiddetto “blocco nero” che hanno bersagliato le forze dell’ordine con pietre e molotov, incendiando mezzi e strutture del cantiere gestito da Telt.
I due tedeschi, fa sapere Repubblica, sono stati trovati in possesso di occhiali, guanti e impermeabili neri, oggetti che, secondo gli investigatori, sarebbero stati utilizzati per travisarsi durante l’assalto. La procura ritiene inoltre che esistano esigenze cautelari tali da rendere necessario il carcere. Sarà naturalmente il giudice a decidere sulla convalida e sulle misure richieste. Ma il quadro emerso dalle indagini è già abbastanza eloquente.
Ai due arresti si aggiungono gli allontanamenti di altri due ventenni tedeschi, espulsi dall’Italia e imbarcati su un volo per Francoforte. Non potranno rientrare nel nostro Paese per tre anni. Anche loro, secondo quanto accertato dalle autorità, avevano a bordo dell’automobile materiale riconducibile agli scontri, nascosto mentre si allontanavano dal campeggio del festival Alta Felicità di Venaus.
Pochi giorni prima erano stati fermati anche tre cittadini francesi con un piccolo arsenale da guerriglia: fumogeni, petardi, cesoie, un flessibile alimentato a batterie, caschi, maschere, occhiali, benzina e schede telefoniche separate dai cellulari. Tutto materiale che, evidentemente, non serve per ascoltare un concerto, piantare una tenda o discutere civilmente del futuro delle infrastrutture italiane. La domanda, dunque, viene spontanea: che cosa c’entra ormai tutto questo con la Val di Susa?
Poco o nulla. La protesta contro la Torino-Lione è diventata da tempo un contenitore internazionale dell’antagonismo, un appuntamento fisso per professionisti del disordine provenienti da Francia, Germania, Spagna, Regno Unito e da diversi centri sociali italiani. Arrivano, devastano, aggrediscono gli agenti e poi ripartono. A pagare il conto restano gli abitanti della Valle, le imprese, gli operatori turistici e le forze dell’ordine. Con tanto di rivendicazione di Nicoletta Dosio.
Come racconta Il Giornale, proprio dalla Val di Susa sta arrivando il segnale più chiaro: basta teppisti. Il territorio non vuole più essere rappresentato da chi lancia molotov, incendia camionette e trasforma ogni estate il cantiere di Chiomonte in un campo di battaglia. Il sindaco di Susa, Piero Genovese, ha chiesto tempi rapidi per la nuova stazione Tav e ha preso nettamente le distanze dai violenti: “I violenti non c’entrano nulla con i valsusini, anche se il Festival della Felicità ha le sue responsabilità. Visto che non si riesce a fermare i violenti e la loro furia devastatrice, a questo punto sarebbe meglio abolirlo”.
Parole che fotografano una realtà difficilmente contestabile. Gli abitanti sono stanchi delle tensioni, delle disdette dei turisti, dei danni economici e dell’immagine di una vallata perennemente consegnata alla guerriglia. Genovese ha invitato amministratori e politici a esprimersi con maggiore nettezza contro una situazione definita “ingestibile e pericolosa”. Anche Roberto Garbati, sindaco di Chiomonte, ha riconosciuto che l’opposizione locale all’opera si è ormai smorzata: “Ora cerchiamo di ottenere le compensazioni: aspettiamo tra i 96 e i 98 milioni di euro”. È la politica concreta che torna a sostituire la propaganda: infrastrutture, investimenti, compensazioni, sviluppo del territorio.
Persino Antonino Basile, sindaco di Venaus e No Tav della prima ora, ha usato parole inequivocabili: “La guerriglia mi fa schifo e butta nel cesso il dialogo che abbiamo aperto con le istituzioni”. Una frase che dovrebbe chiudere ogni discussione. Il problema è che, nonostante questo giudizio, resta ancora aperta la disponibilità a ospitare nuovamente il festival. Come se l’evento e ciò che puntualmente gli ruota intorno potessero essere separati all’infinito.
Da oltre dieci anni si ripete lo stesso copione. Il campeggio, i dibattiti, i concerti, le parole d’ordine, la marcia verso il cantiere e, infine, i gruppi incappucciati che passano all’assalto. Ogni volta si sostiene che i violenti siano infiltrati, corpi estranei, presenze impreviste. Eppure ritornano sempre. Organizzati, equipaggiati e perfettamente consapevoli di ciò che stanno andando a fare. A rendere ancora più intollerabile questa liturgia è l’atteggiamento di una parte della sinistra, sempre pronta a cercare attenuanti politiche, sociali o ambientali per chi devasta. Quando a essere colpiti sono poliziotti, carabinieri, cantieri o infrastrutture pubbliche, il vocabolario cambia improvvisamente. I violenti diventano “antagonisti”, gli assalti diventano “azioni”, la guerriglia diventa “conflitto sociale”. È la vecchia favola dei compagni che sbagliano. Sbagliano con le pietre, con le molotov, con i caschi e con la benzina. Sbagliano, però, sempre contro lo Stato e mai contro gli interessi della propria area politica. E trovano invariabilmente qualcuno disposto a comprenderli, giustificarli o proteggerne il contesto culturale.
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La Val di Susa, intanto, sembra avere capito ciò che certa politica non vuole ancora ammettere: la Torino-Lione può essere discussa, criticata e contestata, ma la violenza non è un’opinione. È violenza. E chi arriva dall’estero attrezzato per assaltare un cantiere non sta difendendo una vallata. La sta usando. Ora i primi arresti segnano un passaggio importante. Toccherà alla magistratura accertare le responsabilità individuali. Alla politica, invece, spetta un compito ancora più semplice: smettere di coccolare chi trasforma il dissenso in guerriglia. La Valle ha già parlato. Basta teppisti.
Massimo Balsamo, 28 luglio 2026
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