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Ho scoperto la grande bellezza

nido di uccello

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Corro al lavoro, corro a casa, infine mi distendo sul divano e attendo. Con un frullato di libri, film,  programmi tv e il telefono. Il divano non esige una me perfetta e anticipa il ristoro del sonno che introdurrà, a sua volta, una nuova giornata ricca di attività da gestire, subire o riconsiderare. Distendo le gambe, tiro su la copertina natalizia, incurante della primavera, e mi ritiro in quel mondo in cui nessuno mi chiede nulla e posso rallentare con tempi miei. Mentre sorseggio calma, ecco irrompere in sala Sofia: “Vieni a vedere!”

Mi infastidisco. Quel momento distensivo è tutto ciò che mi rimane per riattaccare i pezzi. “Mamma, vieni a vedere!”. Mi libero a fatica dall’involucro accidioso e la seguo in terrazza, lì ci sono i miei fiori, “toh” penso “da quando li ignoro sono diventati bellissimi”. Sofia mi attende eccitata davanti a un vaso e, scostando un po’ il fogliame, mi introduce la novità.

C’è un nido. Rametti, muschio, paglia, un capolavoro di incastri meticolosi grande quanto due mani che si accostano per bere, incastonato in una piccola conca di terra, irrompe nel mio vaso di finta terracotta. Una perfezione che nemmeno Tadashi Kawamata può sfidare.

Forse non l’avrei mai visto se non fosse stato per gli occhi di Sofia. Mi specchio in lei e in me percepisco la stessa linfa; il tran tran è spezzato da una bellezza inaspettata che, infine, è ciò che davvero attendiamo o che io, almeno, in ogni istante della mia esistenza, attendo. Lo sguardo si svecchia e quella tensione disponibile diventa un metodo con cui affrontare la quotidianità: non è un fatto emotivo, è un dato ontologico, strutturale.

La mania di gestione ci inaridisce, ma l’imprevisto può irrompere in ogni istante e richiamare la nostra attenzione a quel che siamo e a quel che attendiamo, rendendoci degli innamorati impenitenti e mai illusi, perché costantemente corrisposti.