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I 5 peccati di Speranza (per non dimenticare)

roberto speranza

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La falsificazione del passato, la sua ritrascrizione, è il modo con cui il potere dominante di solito pretende di condizionare il futuro. Lentamente si assiste al tentativo di nascondere i fatti del recente passato, come le briciole sotto il tappeto, nella “speranza” (sic!) che nessuno lo alzi. Vorrei alzarlo io con riferimento alla gestione totalmente fallimentare dell’emergenza sanitaria, perché non possiamo dimenticare tutto quello che è successo negli ultimi due anni. Ci sarebbe molto da dire sull’operato del Conte II e di Draghi, ma c’è un ministro che ha rappresentato la continuità nei due governi: il ministro della Salute Roberto Speranza. Mi limito qui di seguito a ricordare cinque punti.

1. Totale sottovalutazione iniziale della situazione. Quando escono le prime notizie provenienti dalla Cina, il ministro della Salute Speranza il 3 febbraio del 2020 dichiara: “Non bisogna creare allarmismi perché la situazione è sotto controllo. Ci sono solo 21 casi in tutta Europa. Stiamo parlando di numeri residuali”. Venti giorni più tardi il governo Conte II adotterà il primo decreto-legge sulla pandemia, il n. 6/2020, mentre l’11 marzo il governo metterà l’intero Paese in lockdown con un semplice Dpcm. Capacità di previsione su quello che succedeva pari a zero. Che dire poi del piano pandemico, non era stato aggiornato quello esistente, ma un piano c’era, perché non è stato seguito? E cosa prevedeva? Insomma, una gestione iniziale del tutto irresponsabile.

2. Cremazioni forzate. Il ministro della Salute Speranza, con ordinanza ministeriale dell’8 aprile 2020 (art. C, num. 1), raccomanda di non effettuare autopsie sui cadaveri – auspicando l’immediata cremazione – con la conseguenza che non è stato possibile comprendere sin dall’inizio se gli oltre ventimila decessi verificatisi nella Fase I fossero tutti morti a causa della Covid o eventualmente anche a causa di trattamenti errati a cui i malati erano stati sottoposti. Palese è stata la violazione, quantomeno nella fase I, della legge n. 130/2001 sulla cremazione, la quale prevede che l’autorizzazione sia data (anche verbalmente) dal moribondo ovvero dai parenti più prossimi. Le immagini con la colonna dei camion militari che nella notte porta i cadaveri verso un forno crematorio fuori città resteranno scolpite in modo indelebile nell’immaginario collettivo.

La cremazione fatta per impedire l’autopsia, cioè la legittima ricerca delle ragioni della morte, lede anzitutto il diritto soggettivo dei parenti a conoscere le cause della dipartita. Si potrebbe dunque configurare persino l’ipotesi di distruzione, soppressione o sottrazione di cadavere ai sensi dell’art. 411 del Codice penale. Ci sono state queste autorizzazioni alla cremazione da parte dei malati o dei parenti più prossimi? Se sì, sono state raccolte regolarmente quando il malato era ancora cosciente, capace di intendere e di volere? Le eventuali autorizzazioni dei parenti sono state rilasciate in libertà o sotto costrizione, anche solo morale? Nessuno finora si è mai posto queste domande. Nessuno si è neppure chiesto perché il Ministro abbia fatto tutto il possibile per evitare le autopsie.

3. Protocollo “tachipirina e vigile attesa”. Stando al contenuto della Circolare ministeriale del 30 novembre 2020 n. 0024970, solo parzialmente modificata con successiva circolare del 26 aprile 2021, le principali prescrizioni dettate dal Ministero della Salute sono: vigile attesa e paracetamolo. Si tratta, è vero, di “indicazioni”, non di obblighi (la dicitura esatta è “si forniscono le seguenti indicazioni di gestione clinica”), come ha anche ricordato il Consiglio di Stato, ma in campo medico la violazione di un’indicazione ministeriale comporta l’avvio di un procedimento disciplinare, quantomeno da parte dell’ordine dei medici che valuta le contro-indicazioni e l’opportunità della scelta eventualmente contraria all’indicazione ministeriale.

E dunque molti medici, sia di famiglia che ospedalieri, per quieto vivere hanno rispettato i diktat del ministro. Un medico che avesse voluto curare la Covid, ad esempio con un antibiotico o un antiinfiammatorio, si sarebbe assunto una responsabilità non da poco al cospetto delle autorità competenti gerarchicamente superiori (struttura ospedaliera, ordine dei medici, ministero della salute). Domanda: quanti decessi si sarebbero potuti evitare se sin dall’inizio si fossero raccomandati chiaramente come indicazioni terapeutiche gli antiinfiammatori, al posto della tachipirina? Ci sono, tra l’altro, studi che dimostrano come la tachipirina in caso di Covid sia addirittura dannosa, dal momento che aumenta il consumo di glutatione da parte dell’organismo, compromettendone la risposta antiossidante e antinfiammatoria. Se questi studi fossero confermati risulterebbe evidente che il ministro ha consigliato non solo un farmaco sbagliato, ma addirittura dannoso per quei malati.

4. Il caso Astrazeneca. Il ministro della Salute, con comunicato ufficiale del 9 febbraio 2021 n. 29, afferma: “Oggi in tutte le Regioni italiane arrivano le prime dosi del vaccino Astrazeneca. Saranno somministrate alla popolazione tra i 18 e i 55 anni”. L’Aifa – Agenzia Italiana del Farmaco – il 26 maggio 2021 metteva in guardia in ordine al fatto che si erano verificati casi avversi causati dai vaccini AstraZeneca e Johnson&Johnson di “trombosiosservati “quasi esclusivamente entro circa tre settimane dalla vaccinazione in soggetti sani con età inferiore a 60 anni, prevalentemente donne” (documento Aifa su “Complicanze tromboemboliche post-vaccinazione anti-Covid-19” del 26/5/2021). Ma nonostante questi segnali la vaccinazione continua. Il 25 maggio 2021, sulla base della comunicazione ministeriale di febbraio, si vaccina con Astrazeneca la diciottenne Camilla Canepa di Sestri Levante, morta la sera del 10 giugno a causa di innumerevoli trombi. Perché il Ministero della Salute e le Regioni hanno organizzato i cosiddetti OpenDay per consentire ai diciottenni (soprattutto maturandi) di vaccinarsi con Astrazeneca? Perché non si sono ascoltati gli avvertimenti di Aifa?

5. Dulcis in fundo. I dati mostrati in conferenza stampa del 10 gennaio 2022, secondo i quali i non vaccinati morirebbero 23 volte di più dei non vaccinati si sono rivelati essere una falsa notizia. Ben undici interrogazioni parlamentari sono state presentate al ministro, il quale non ha mai risposto. Speranza ha divulgato notizie false. Qualcuno lo ha segnalato, ma presto la cosa è stata archiviata. Evidentemente ha ragione Speranza anche quando ha torto.

Siamo uno dei Paesi al mondo che ha avuto maggiori restrizioni e durate più lungo e al contempo uno dei Paesi con il maggior numero di morti. Le responsabilità politiche – ma, a dire il vero, anche penali (pur sempre ovviamente nel rispetto del principio della presunzione di non colpevolezza) – di Speranza sono enormi e non si possono cancellare con un semplice colpo di spugna. Nonostante sia stata avanzata la necessità di una commissione parlamentare d’inchiesta, non vorrei che dopo il voto succedesse proprio questo.

Paolo Becchi, 25 settembre 2022