Cronaca

I vigliacchi antifascisti

Il sottosegretario Paola Frassinetti (FdI) contestata durante la commemorazione di Sergio Ramelli all’Itis Molinari

sergio ramelli commemorazione

Un messaggio privato da uno che c’era: “Leggere di quel tempo mi ha fatto piangere, ero lì, neppure la commemorazione ci permisero, vennero i compagni dicendo che erano pronti a farci la stessa cosa”. Io ero più giovane e non ero di destra ma certi traumi collettivi restano e quello di Sergio Ramelli fu un orrore oltre la politica, un orrore umano che non si cancella; oggi la storia si ripete, all’Itis Molinari, ultima scuola del giovane del Fronte della Gioventù, è tornata identica come se mezzo secolo non fosse mai passato: ecco la gazzarra oscena di sempre, fascisti appesi, fascisti scoperchiati, tornate nelle fogne, aggressioni esplicite, minacce senza criterio, al preside come al sottosegretario Frassinetti che è di Fratelli d’Italia. Dicono che il fascismo non passa, ma c’è un antifascismo militante e violento che è più perenne, un antifascismo di risacca e sporca risacca.

Per approfondire:

Sergio Ramelli continua a dire poco ai boomer, la sua ombra è lunga e viene mantenuta coperta da chi ha tutto l’interesse a disperderne il ricordo. Abitava a Città Studi, i genitori tenevano un bar, lui giovane simpatizzante di destra, senza eccessi, perseguitato per anni nella connivenza degli insegnanti, infine massacrato a sprangate da un commando di estremisti per puro gesto dimostrativo. Morì dopo lunga agonia. Gli anni dei giustizieri gli universitari con la chiave inglese, tra i quali spiccava Gino Strada detto Katanga, futuro medico-predicatore di Emergency. Il “Movimento” era diretto dal pacifista Mario Capanna, in seguito autore Garzanti (presentato a Milano da Gherardo Colombo, ex magistrato, allora direttore della casa editrice) e percettore di vitalizio parlamentare sul quale, appena sente una critica, l’ex emulo di san Francesco in eskimo va in bestia.

Quando il ragazzo Ramelli concluse la sua agonia spirando dopo 47 giorni, il Consiglio Comunale di Milano al completo si alzò in piedi levando un lungo applauso di compiacimento. Il suo atroce omicidio venne salutato con enfasi da giornali e ambienti intellettuali di sinistra, la famiglia Ramelli perseguitata oltre la perdita del proprio ragazzo finché non perse tutto, l’attività, la serenità, e, il padre dopo il figlio, la vita, stroncato da crepacuore. Altri aspetti li trovate in un libro rimasto (ovviamente) a lungo famigerato e poi ripubblicato alcuni anni fa per Sperling & Kupfer, nella collana “Le radici del presente”: Sergio Ramelli, una storia che fa ancora paura. Ramelli era un ragazzino che, dopo un calvario di due anni nella sua scuola, venne massacrato a colpi di Hazet 36, una chiave inglese particolarmente pesante, da un commando di Avanguardia Operaia soprannominato “Brigata Coniglio”. Perché lo fecero? “Per dare un segnale”, spiegarono al giudice i colpevoli, matricole universitarie di buona famiglia. “Va beh, in fondo è morto un fascista”, fu sentito dire il futuro Nobel per la Letteratura Dario Fo. Due anni prima, insieme alla moglie Franca Rame aveva aiutato a fuggire, mentendo, inquinando prove, nascondendoli, i tre responsabili del rogo di Primavalle in cui bruciarono vivi i fratelli Stefano e Valerio Mattei, di 8 e 22 anni, e di famiglia legata al MSI.

Ma Ramelli non era un fascista, era un ragazzino che nei suoi temi scriveva cose che oggi farebbero sorridere un moderato, e che si rifugiò in ambienti di destra estrema più per disperazione che altro; gli spappolarono letteralmente il cervello, schizzato per metri sul marciapiede sotto gli occhi della madre. Ci furono, quel giorno, manifestazioni di gioia, feste indegne che nessun contesto può spiegare e tutta l’acqua che scorre sotto i ponti della storia non lava via un bel niente. Anche ai capataz di Lotta Continua la cosa fece molto piacere, poi, un giorno, durante uno di quei convegni in cui i rottami di sinistra si trovano si direbbe per contarsi e far festa, rievocando le imprese di piombo, trovo modo, bontà sua, di ammettere: eh, beh, certo che anche noi i nostri misfatti li compiemmo, anche tra di noi”: e non si capiva se fosse rimorso o il solito orgoglio truce dei compagni che, insomma, sì, dai, se la cantano. Quelli di LC furono un po’ gli antenati di tutti gli influencer, parlavano sempre solo di loro e insistono ma Sofri essendo indiscutibile non fu discusso, peggio andò alla Miriam Mafai che osò dire la verità: “Ramelli non fu solo un errore”.

Siccome non fu un errore ma la lercia coscienza dei più, nessuno per il suo macello ha pagato davvero: carriera per tutti, uno perfino nella commissione medica lombarda che si occupava di Covid, delle chiusure, dei lasciapassare. Più o meno ogni anno il prefetto di Milano vieta il corteo per la commemorazione funebre di Ramelli, e più o meno ogni anno il Comune di Milano informalmente si esprime col disprezzo del caso, essendo molto inclusivo; a volte gli ambienti del neofascismo truce si incattiviscono, sfilano lo stesso e ci scappano tafferugli. Ma Ramelli aveva poco a che spartire con questa gente, e anche con quella dei tempi suoi nel 1975.

Il quotidiano La Repubblica ha scritto una volta che era morto “durante alcuni scontri”, ma non ci fu nessuno scontro, fu l’esecuzione in dieci contro uno, colpevole di portare i capelli lunghi che spettavano ai compagni e di non essersi allineato, in un tema, all’esaltazione delle Brigate Rosse che, sotto la gestione di Moretti, avevano cominciato a uccidere, come ampiamente previsto dai Servizi. Ecco come ricorda l’agguato Marco Costa al processo: “Ramelli capisce, si protette la testa con le mani ma ha il viso scoperto e posso prenderlo lì. Solo che ho paura di sfregiarlo, di spezzargli i denti, così gli tiro giù le mani e lo centro al cranio con la chiave inglese. Lui scappa, corre, si trova il motorino fra i piedi e inciampa. Io cado con lui e lo colpisco ancora, non so dove. Una donna urla: “Basta, lasciatelo stare, così lo ammazzate!”. E il compare Giuseppe Ferrari Bravo: “Lo aspettammo dieci minuti e mi pare una vita. Lui arriva, parcheggia e Marco mi fa: eccolo. Ricordo le grida. Ricordo davanti a me un uomo sbilanciato. Colpisco una, due volte e c’è una donna che dal balcone urla: basta! Poi finito. Avevo la chiave inglese e la nascosi sotto il cappotto ed ebbi la sensazione di non aver portato a termine il mio compito”:

La faccenda grottesca – perché il grottesco in questi casi non può mancare mai – è che gli esagitati del Molinari hanno motivato l’eterno ritorno delle escandescenze con le solite menzogne all’insegna della vigilanza democratica: “Ramelli uno qualsiasi? No, uno spietato picchiatore fascista”. Poveri stronzetti i cui degni genitori neppure erano nati all’epoca. No, Ramelli non picchiava, veniva picchiato ogni giorno e per la sua piccola via crucis non si lamentava. Voleva tenerlo nascosto anche in famiglia, ma dalla scuola li chiamarono: vostro figlio tutti i giorni viene battuto, gli sputano addosso, lui ci fa vergognare, non lo vogliamo qui. Noi siamo democratici.

E lo portarono via, come un cane da uccidere e difatti lo uccisero ma peggio che un cane, scoperchiandogli la scatola cranica nel giubilo e nel divertimento vile di quelli come voi. Perché vi riproducete sempre uguali e non avete dignità. Di Sergio resta qualche foto sbiadita, documento collettivo di un tempo senza coscienza, come un murale che l’oblio corrode, e che gli inclusivi e gli accoglienti vorrebbero cancellare del tutto. Ma per chi quelle storie le viveva, e se le porta dentro, Ramelli resta il simbolo di una gioventù sacrificata per niente, “per dare un segnale signor giudice”. Così andarono le cose e di certo qualcuno dei vostri degni genitori le leggerà, ma vi hanno trasmesso la vigliaccheria e si guarderanno bene dal passarvi questo articolo.

Max Del Papa, 13 marzo 2023

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