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Il caso Tempa Rossa, esempio di un governo schizofrenico

Tempa Rossa, qualcuno forse se lo ricorderà perché coinvolse ingiustamente l’ex ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi, è il più importante investimento estero in Italia. Esso vale più di due miliardi di euro. Si tratta di un «centro olio»: in buona sostanza quando il petrolio esce dal pozzo, occorre fare una prima lavorazione. È quella che si farà nell’impianto nuovo di pacca di Tempa Rossa. Dopo di che si immette in un megatubo, insomma un oleodotto, che trasporta la preziosa merce in una raffineria, dalla quale appunto provengono i prodotti finiti e raffinati, che gli italiani continuano a consumare in modo sempre crescente.

Tempa Rossa insiste in una regione, la Basilicata, che è, si parva licet, il nostro Texas: il 10 per cento del fabbisogno petrolifero italiano da là arriva. Il resto, e cioè il 90 per cento, lo importiamo da paesi non proprio affidabili. La costruzione di questo impianto è stata piuttosto tribolata, ed usiamo un eufemismo. Tanto che il governo Renzi nel 2015 inserì un codicillo nella finanziaria, con il quale il governo e in particolare il ministero dello Sviluppo Economico, che all’epoca era retto dalla Guidi e oggi da Di Maio, si prendeva la responsabilità delle scelte su opere ritenute strategiche come Tempa Rossa.

I magistrati di Potenza indagarono l’ex compagno della Guidi perché avrebbe «trafficato con le influenze» cioè le amicizie, cioè la sua compagna, per farsi approvare questo codicillo sblocca opere. Neanche a dire, che la Guidi, sommersa di intercettazioni, si dovette dimettere. E che dopo un anno la stessa accusa, cioè il pm, chiese l’archiviazione.

Perché questo flashback? Semplice. Tempa Rossa è radioattiva, nonostante regali petrolio. C’è una parte dei nostri concittadini e dei nostri rappresentanti che non amano i combustibili fossili. O meglio li amano quando devono rinfrescare la propria stanza o quando guidano la propria berlina, ma li disprezzano quando si devono sporcare le mani per estrarli.

E arriviamo dunque all’ultimo colpo di scena. Quello di due giorni fa. Il Cipe, il comitato governativo per la programmazione economica, ha deciso che l’impianto non è di interesse pubblico. Ha dunque, di fatto revocato la possibilità per le società che lo gestiscono di procedere ad espropri per nuovi lavori, derivanti appunto dalla pubblica utilità rappresentata dall’estrazione del petrolio. Per capirci se l’acquedotto pugliese vuole espiantare qualche migliaio di olivi secolari per far passare un tubo può farlo senza tanti complimenti, se invece a Tempa Rossa si volesse espropriare un pezzo di terra da bucare per ottenere petrolio non è più possibile. La decisione è stata presa in due riunioni a maggio.

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7 Commenti

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  1. Il petrolio fa parte del passato. Meno se ne estrae meglio è. Detto questo Tempa Rossa deve partire. Le opere si bloccano nel caso PRIMA. NON DOPO. Bloccarle dopo è da poveri idioti.

  2. Tramutoli, quello che voleva fare, della Basilicata, la prima regione “carbon free” d’Europa, è stato bocciato alle comunali di Potenza. 😀 😀 😀

  3. se quel ben di Dio che si chiama petrolio fosse custodito nelle viscere di qualsiasi regione al di sopra della linea gotica, quella regione avrebbe già chiesto non l’autonomia, ma l’indipendenza.
    I lucani in Basilicata sono circa 500.000, quelli nel mondo quasi il doppio, ma ritornano per le ferie a respirare l’aria pulita dei monti.
    E si vorrebbe togliere a questi nomadi il piacere di ritornare alla loro terra e vederla inquinata come i luoghi in cui lavorano?
    In Basilicata non si possono attivare imprese industriali, inquinano! ma i lucani, per vivere, emigrano in quei territori dove non si fanno mancare niente: sono andati in Belgio a scavare nelle miniere di carbone, vanno nella pianura Padana dove l’inquinamento da polveri sottili è allucinante, vanno in Svizzera dove ci sono le centrali nucleari e financo in America dove si estrae lo shale oil.
    Ecchediavolo, devono pur purificarsi da tutto l’inquinamento respirato in quei luoghi almeno una volta l’anno?
    In Basilicata, solo capre, mucche, grano Cappelli e… lavori pubblici.
    E si vorrebbe togliere il piacere al dipendente comunale (provinciale, regionale, dei vari enti di bonifica, e via dicendo), che con tanto sforzo di pubbliche relazioni è riuscito ad ottenere il tanto agognato posto fisso, di alzarsi la mattina e vedere il bel panorama dei monti sporcato dalla fiaccola di un centro oli?
    O, al posto di respirare l’aroma del letame delle vacche, il puzzo del petrolio?
    Ma neanche le pale eoliche vuole più, sono selvagge, le vede nella foto come stonano con i monti?
    Al dipendente statale, parastatale, pubblico, poco interessa se i suoi figli prenderanno la valigia dopo aver conseguito una laurea nella prestigiosa università di Basilicata, ci sono abituati da generazioni ad emigrare ed a far fortuna (interessante la storia di Rocco Petrone, figlio di emigrati di Sasso di Castalda e diventato direttore delle operazioni di lancio della NASA, ma anche Francis Ford Coppola, Concetta Carestia Lanciaux, etc etc); e si vorrebbe che questi figli della Basilicata rimangano ancorati alla loro terra senza avere la possibilità di emergere, magari a lavorare in un centro oli di un paesino sperduto?
    Ma meglio in un centro oli in Kuwait, in Azerbaigian, nel Mare del Nord…. almeno si gira il mondo e per le feste patronali si ritorna a casa a respirare aria buona.
    (leggetelo con ironia)

    • Premetto che sono favorevole alle estrazioni e alle trivellazioni,difatti,quando ci fu il referendum,contro il dettato renziano(declinazione politica in cui mi riconosco)decisi di recarmi alle urne per dare il mio voto a favore in ottica,come a ben ricordato il Porro,di “accentramento” della decisione finale di opere di interesse nazionale.
      Tra l’altro sarei anche favorevole alla ricentralizzazione del sistema sanitario,togliendo il “giocattolo” di corruzzione principe alle regioni dal momento che avendo tutte le evidenze per poter standardizzare ogni passaggio,il livello medio nazionale lo si potrà alzare soltanto dietro l’azione di un’inica regia,a mio parere.
      Purtroppo siamo un Paese tendente al posticipare gli eventi e la polverizzazione delle competenze sta creando un blocco dell’intero sistema,incrementando in modo intollerabile la burocrazia a discapito dell’azione.
      Come direbbe il Croce “: non mi fermo a questa analisi propedeutica e procedo oltre.”
      Tornando a Tempa rossa,è inaccettabile privarsi di una fonte di primaria importanza in ambito energetico senza averne una,solida e sicura,di ricambio.
      Io sono per lo sviluppo delle energie rinnovabili che,oltre l’aspetto ambientale,creano stimoli finanziari orientati alla R&S. Ma,per esempio,sulle motorizzazioni diesel ci è stato presentato un conto molto salato come UE.
      La nostra disunione ha lasciato i singoli Stati a vedersela col dieselgate quasi contenti di vedere la Germania sepolta dallo “scandalo”,ma ora a pagarne le conseguenze saranno tutti gli Stati che intorno alla stessa inserivano le loro eccellenze nell’automotive(Italia in primis).
      Comunque pare che a nulla servì la lezione dal momento che ancora ad oggi si vede nel contratto di Aquisgrana una corsa solitaria del duo Francia-Germania e nn un estremo tentativo di nn rendersi irrilevanti all’interno del propio cortiletto domestico.
      Il voler creare un polo europeo della costruzione delle batterie,anch’esso declinato dall’Italia segna un passo ulteriore alla marginalizzazione.
      Detto ciò,sulla Basilicata ci sono anche degli appunti da far emergere e sono il fattore della creazione di posti di lavoro nel settore petrolifero molto,ma molto,inferiori delle promesse fatte.
      In pratica la declinazione del “panorama” nn sarebbe stata ben ricompensata nel lato che si sarebbe creato di dignità lavorativa,ma rendendo più forte la parte burocratica già esistente prebendandone i rappresentanti. Dove le royalties delle estrazioni sono state gestite dalle istituzioni locali,ennesimo esempio di bisogno di ricentralizzare(con commissari ad hoc sul posto)le principali gestioni delle emergenze e delle priorità nazionali,per risolverle prima che si incistino in un reticolo amministrativo-burocratico che inserirebbe la consulta come bollinatura,per via giuridica,di una mala gestione.

      • le royalties sono state utilizzate per monumenti del costo di 200.000 € ( https://www.gazzettadellavaldagri.it/wp-content/uploads/2017/05/madonna-nera-1.jpg ), mentre le strade per arrivarci sono al livello di mulattiera.
        circa 800.000€ per una Valutazione d’Impatto Sanitario che non ha valore scientifico ( https://www.gazzettadellavaldagri.it/le-valutazioni-dellistituto-superiore-di-sanita-sulla-vis-val-dagri-nota-eni/ ), mentre gli ospedali difettano di strumenti diagnostici
        e via dicendo.
        L’inquinamento del lago e la moria dei pesci è causato dai depuratori non funzionanti ( https://www.gazzettadellavaldagri.it/acquedotto-lucano-depuratore-sarconi/ ), mentre eroici ambientalisti cercano tracce di idrocarburi nei sedimenti del lago, ignorando che le foglie dei boschi si accumulano sul fondo e contengono esse stesse idrocarburi ( https://pubs.acs.org/doi/abs/10.1021/acs.estlett.7b00464 ) e un affluente ha una sorgente da cui esce naturalmente petrolio ( https://www.geoitaliani.it/2013/04/1903-le-prime-note-scientifiche-sul.html )
        Purtroppo il vero tumore che sta ammazzando la Basilicata è una malattia chiamata ambientalismo.

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