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Il cavallo di Troia Cinque Stelle che inganna il popolo e premia l’élite

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L’economia italiana va a picco nei suoi molteplici aspetti: industriali, finanziari, borsistici. Ma tocca occuparsi dell’ultima asineria del M5S: la consultazione digitale dei loro sostenitori con la piattaforma Rousseau (ma tu guarda che brutta fine fanno i filosofi). È evidente, però, che i due fenomeni – disastro economico e fallimento politico – sono le due facce della stessa medaglia con la quale prima o poi dovrà fare i conti anche colui che, sebbene lombardo, interpreta quel ruolo che a Napoli chiamano “il gallo sopra la spazzatura”: l’ineffabile ministro dell’Interno.

Matteo Salvini ha accettato, forte di un accordo con Luigi Di Maio, di essere giudicato dal popolo delle stelle. Il risultato era scontato e la consultazione online dimostra in modo fin troppo evidente il doppio fallimento del Movimento: la manipolazione totalitaria e l’illusione della democrazia diretta. I dirigenti del M5S, Casaleggio, Di Maio, Di Battista, ricorrono al “popolo” in due casi precisi: quando non sanno cosa fare e quando devono scaricare sul “popolo” la responsabilità della decisione che confligge con i loro tanto sacri quanto ipocriti princìpi di onestà, uguaglianza, giustizia.

La decisione sul destino del ministro Salvini era scontata: dire sì per dire no e salvare non il ministro ma il governo giallo-verde. In questo modo la classe politica dei 5S, ossia il Partito, ha finto di adeguarsi al volere del “popolo” sul quale aspira a esercitare una dittatura, proprio come ora vi esercita un esperimento di ingegneria informatica. Anche il M5S, come tutte le forze politiche illiberali, è un’avanguardia o un gruppo ristretto che non può fare altro che concepire l’atto rivoluzionario come una dittatura sul “popolo” in nome del “popolo” o – per stare ai nostri tempi post-post-moderni – una dittatura sulla “rete” in nome della “rete”.

L’uso manipolatorio della piattaforma Rousseau – persino al di là della sua stessa oscurità e della inaffidabilità tecnica – dimostra, se ce ne fosse davvero bisogno, che il giustizialismo è un mezzo per raggiungere un fine: l’uso strumentale della giustizia per colpire ed eliminare l’avversario/nemico politico e conquistare il governo o, meglio, il Potere. Cosa si fa del mezzo quando il fine è raggiunto? Accantonarlo e basta non è possibile perché il giustizialismo, come tutti i mezzi, in realtà non è un mezzo ma un fine in sé stesso e continua a produrre i suoi effetti al di là delle intenzioni delle teste d’uovo del Partito. Allora, non c’è altro da fare – come avviene in tutti i partiti rivoluzionari – che cercare di manipolare il mezzo giustizialista, ora fingendo di ascoltare il “popolo” per poi adottare le scelte dell’élite di governo, ora indirizzandolo contro lo stesso “popolo” che diventerebbe così colpevole di non essere ancora maturo per capire la purezza e inevitabilità del giustizialismo di governo.

Sennonché, la manipolazione culturale e politica della dirigenza del Partito è la più conclamata sconfitta dell’ideale massimo del M5S: la fine della democrazia liberale o rappresentativa e il trionfo della democrazia diretta. Proprio la necessità di far ricorso alla manipolazione per conservare il proprio potere e presentarsi così in Parlamento con una posizione giustificata o catturata in “rete” dimostra come la forma della mediazione, che è tipica della democrazia liberale in cui il potere è diviso e bilanciato, è non-superabile.

È vero che tutta l’azione condotta da Di Maio e da Casaleggio è stata buffa e goffa. Tuttavia, è necessario notare che se la stessa azione della consultazione sulla piattaforma Rousseau fosse stata compiuta alla perfezione il risultato sarebbe stato il medesimo: trascinare nelle istituzioni liberali una posizione illiberale. Questo è possibile perché è sempre possibile trasformare un istituto libero in un istituto tirannico. Ma ciò che non è dato fare è proprio ciò che il M5S dice di voler fare in nome e per conto del bene del “popolo”: eliminare l’istituzione o il momento della scelta mediata.

Insomma, la classica strategia del cavallo di Troia in cui con l’inganno si cerca di far entrare truppe nemiche nella città da conquistare. La strategia può anche essere utile e vincente ma solo nell’ottica della conquista del Potere da parte di una élite che eserciterà la propria dittatura intellettuale e morale sul popolo (per una volta senza virgolette).

Giabcristiano Desiderio, 19 febbraio 2019