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Il centrodestra ha un jolly per il Quirinale

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L’esito delle elezioni di domenica e lunedì ha congelato lo status quo. Il dibattito politico dei prossimi mesi si avvilupperà su una serie di questioni, per carità, a loro modo importanti, ma lontane dalle priorità del tessuto produttivo del Paese, ormai ridotto allo stremo. E che sarà falcidiato, non appena salterà il tappo di fortuna rappresentato dal blocco dei licenziamenti. Si parlerà di legge elettorale, di riforma costituzionale, di specializzazione delle Camere. Così la palude giallorossa si trascinerà fino a scadenza della legislatura, con Giuseppe Conte rafforzato nel suo ruolo di mediatore tra un Movimento 5 stelle infiacchito e un Pd che alza la cresta, ma in cui Nicola Zingaretti ha un po’ di gatte da pelare. A cominciare dalla fronda dei governatori, intenzionata a fare le pulci al Nazareno.

La scalata al Colle

Ad ogni modo, a gennaio 2022, per l’elezione del successore di Sergio Mattarella, le carte le daranno i giallorossi. Il centrodestra rischia di non toccare palla. In questo contesto, un bis dell’attuale inquilino del Quirinale sarebbe un’ipotesi relativamente indolore: non perché Mattarella offra particolari garanzie ai sovranisti, ma perché non è un fan sfegatato di Conte e, almeno, è già noto. Il suo metodo abbiamo imparato a conoscerlo, con i suoi silenzi strategici siamo abituati a fare i conti. Nulla assicura che, al suo posto, sul Colle non salga un presidente ancora più ostile a Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

Proprio per evitare di essere nuovamente marginalizzati – e di trascorrere un settennato al fianco di un capo dello Stato deciso a ostacolarli – i leader del centrodestra dovrebbero tirare fuori un coniglio dal cappello. Un nome non invotabile, non troppo connotato, autorevole, sufficientemente pop. Da quelle parti, i papabili non abbondano. Ecco perché, al momento, l’unica soluzione che appare praticabile è una di ripiego: Mario Draghi.

Un utile azzardo

Molti sovranisti storceranno il muso: parliamo pur sempre dell’ex banchiere centrale europeo. Draghi non avrà risolto tutti i problemi strutturali dell’euro, ma ha pur sempre evitato un tracollo della moneta unica, agendo di fatto in violazione dello statuto della Bce. Il suo operato, per di più, ha creato un precedente pesante, da cui non è riuscita a dissociarsi, complice la pandemia, nemmeno Christine Lagarde (la quale, nondimeno, aveva esordito con la famosa frase sugli spread).

Naturalmente, non è scontato che l’ex numero uno di Francoforte accetti di scendere in campo come il candidato di Salvini e Meloni. Né sarebbe facile farlo digerire agli euroscettici del Carroccio e di Fdi. Il pericolo, inoltre, è di servire un assist ai grillini: potrebbero tirare fuori un nome più lontano dall’élite, accusando il centrodestra di aver indicato un campione dell’establishment. È anche vero che, in assenza di altre trovate, la carta Draghi dovrebbe imbarazzare il Pd e Matteo Renzi: quale scusa avrebbero per non votarlo?