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Il dirigismo selvaggio sul prezzo dei libri

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La notizia in breve è questa. Il Senato ha approvato in via definitiva il 5 febbraio il disegno di legge per la promozione e il sostegno alla lettura, la cosiddetta legge sul libro. Spiega il ministro Dario Franceschini: «Al Senato approvata all’unanimità la legge per sostenere la lettura: 3,25 milioni in più per il Tax credit librerie, nasce la capitale italiana del libro, promozione nelle scuole, sconto massimo al 5 per cento al fine di sostenere le piccole librerie».

La parte importante è “sconto al massimo al 5 per cento”. Il mercato dice addio agli sconti fino al 15 per cento nella speranza che regolare il prezzo per legge sia un utile argine allo strapotere di Amazon e altre librerie on line. In Italia si legge poco, questo è il vero problema dell’editoria. Alzare di fatto il prezzo dei libri non è certo il modo migliore per ampliare la platea dei lettori. Fosche le previsioni di Ricardo Franco Levi, presidente dell’Associazione italiana editori: «A perdere saranno i lettori. La legge peserà sulle tasche di famiglie e consumatori per 75 milioni, mettendo a rischio 2 mila posti di lavoro». E chiede misure di sostegno, «prime tra tutte il rafforzamento della 18App e la detrazione per l’acquisto dei libri». Di parere opposto editori indipendenti e librai nella dichiarazione congiunta di Marco Zapparoli (Adei), Paolo Ambrosini (Ali) e Medardo Montaguti (Federcartolai): «Abbiamo scritto una bella pagina per il Paese. Per la prima volta viene varato un Piano triennale di promozione della lettura».

Vedremo chi avrà ragione. Aggiungiamo due considerazioni. L’editoria non può nascondersi dietro a un dito. Se gli italiani preferiscono giocare a freccette invece di leggere, una parte della responsabilità, una parte non piccola, è loro. Entrando in libreria, viene spesso da pensare a una massima di Aldo Busi: «È ben triste scrivere per vendere, sacrificare tutto il resto, e poi non vendere». E se questo descrive la maggior parte degli autori, cambiando una sola parola, la massima si può estendere all’intero mercato: «È ben triste pubblicare per vendere, sacrificare tutto il resto, e poi non vendere». Brutta cosa non vendere i libri e tenere in piedi l’industria culturale con gli stessi metodi della finanza più allegra. Già. A parole tutti principi del Rinascimento, mecenati delle belle arti, committenti illuminati. Denaro, però, neanche l’ombra. Finirà quando il rappresentante di un anello qualsiasi della catena alzerà la mano per dire: bene, ora fuori i soldi, quelli veri.

Perché l’editoria è finita così? Facciamo qualche ipotesi. Per un atteggiamento cinico e paternalista che nasconde, neanche troppo, il disprezzo verso i lettori. Questo il ragionamento: il pubblico è stupido, facciamo libri sempre più stupidi nella speranza di intercettare chi normalmente non legge neppure sotto minaccia di tortura. Poi c’è l’idea che legga soltanto lo spettatore di Fabio Fazio. E giù tonnellate di libri politicamente corretti, uno identico all’altro.

Leggono soprattutto le donne, giusto? E allora tutto deve essere «al femminile», qualunque cosa questa espressione significhi, ma senza dirlo, altrimenti è offensivo. Aggiungiamo una impreparazione talvolta sconcertante proprio ai piani alti delle case editrici. D’altronde se l’università sforna laureati mediocri, prima o poi i mediocri arrivano in cima per semplice mancanza di alternative. Prendiamo il caso della saggistica, spazzata via e sostituita da ridicoli libri di testimonianza. Roba che un tempo gli editori più ferrati avrebbero stracciato in faccia all’autore.

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