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Il giustizialismo di governo

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Il giustizialismo d’opposizione è una cosa, il giustizialismo di governo è un’altra cosa. Il primo è una tecnica per conquistare il governo. Il secondo è sì una tecnica ma – citando Malaparte –  del colpo di Stato. Perché il giustizialismo non è una macchina che si può accendere e spegnere a piacimento, bensì una subcultura sempre attiva che dai tempi drammatici della Rivoluzione francese funziona così: eliminazione dell’avversario/nemico con l’uso politico e poliziesco della giustizia.

Fino a quando questa subcultura è minoranza, ci troviamo in uno Stato liberale o decente; ma lo Stato liberale vacilla quando la subcultura giustizialista è maggioranza. Quando, come nel caso italiano, la subcultura giustizialista è al governo, allora, lo Stato liberale può anche restare in piedi perché è svuotato dall’interno e il colpo di Stato nella sua versione violenta è un’eventualità che attende solo il casus belli.

Le forze liberali – da qualche parte ci devono pur essere, non posso essere rimasto solo nel deserto – hanno sottovalutato e continuano a sottovalutare il governo del burattino (sì, burattino, sono italiano, non sono belga, e lo posso dire, devo dirlo). Da una parte c’è il cavalier Berlusconi, già vittima d’onore del giustizialismo, che si oppone al M5S e, con paziente ma cieco realismo, attende Matteo Salvini come il figliol prodigo. Dall’altra parte c’è un Pd, già artefice e insieme vittima del giustizialismo, che si oppone alla Lega e, con infinito masochismo, aspetta Luigi Di Maio e i grillini come le pecorelle che ritornano all’ovile.

Si tratta di calcoli sbagliati, come dimostrano sia le dimensioni delle forze in campo superiori a Forza Italia e al Pd, sia l’esperienza di governo che è andata ben al di là delle colonne d’Ercole della democrazia italiana ed è ormai diventato ciò che era all’inizio: un patto di potere. Il cuore del patto che c’è tra i due capi del governo, Salvini e Di Maio, è il disprezzo per le garanzie liberali e la loro volontà di usare, ogni volta che ne hanno necessità, lo schema del capro espiatorio per eliminare gli avversari e richiamarsi alla ferocia della folla.

Il giustizialismo di governo ha un vantaggio rispetto a chi si oppone: è inarrestabile. L’immagine orrenda del giustizialismo di governo è il senatore grillino Mario Giarrusso che fa il segno delle manette ai militanti del Pd nel momento in cui la maggioranza di governo ha tutelato o salvato il ministro dell’Interno e la magistratura ha arrestato ai domiciliari i genitori settantenni dell’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi. Ma la maschera di Giarrusso nasconde il patto tra i due ministri che hanno in mano la chiave dell’acqua della maggioranza che sostiene Palazzo Chigi e la forza di un governo che non ha paura di fare della paura la sua forza. Nella subcultura illiberale gli stessi istituti liberali diventano strumenti per difendere i nemici della libertà.

È questa cultura illiberale la colla che lega in modo naturale Salvini e Di Maio. Chi attende che i due divorzino per poi contrarre nuovi matrimoni a destra e a sinistra attende invano e rischia solo di essere giustiziato dal governo. Non è un crimine ma qualcosa di più: è un grave errore lasciare alle forze illiberali non solo il governo per mancanza di alternativa ma persino la possibilità di prendersi istituzioni, società e Stato senza neanche mostrare la colpa di ferire l’Italia a morte.

Giancristiano Desiderio, 21 febbraio 2019