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Il governo non c’è più. Si voti

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Inutile girarci intorno. Quando andavamo a scuola, ormai tanti anni fa, c’era una colla con un vasetto e il pennellino: era un piacere usarla, deliziosa e profumatissima. Peccato che, dopo qualche minuto, i cocci appena incollati tornassero inevitabilmente a sfasciarsi.

È esattamente la situazione della maggioranza giallorossa, con quattro partiti che non solo litigano su tutto, ma mostrano ogni giorno una crescente distanza tra le sfide a cui sarebbero chiamati e l’inadeguatezza delle loro risposte.

Dall’Ilva all’Alitalia, dal Mes alla manovra, non c’è dossier su cui il governo non si sia impantanato, o non abbia cercato soluzioni rabberciate, di compromesso al ribasso, senza alcun respiro. Si pensi all’ultimo pasticcio: quello delle tasse rinviate di qualche mese – su plastica e bevande zuccherate – giusto per allontanare il problema e “traguardare” le elezioni regionali in Emilia Romagna.

Anche in termini elettorali, contrariamente a quanto veniva raccontato tra agosto e settembre (quando i soliti editorialisti a gettone sdottoreggiavano su un Salvini in crisi e su un Conte popolarissimo, con tanto di “tutorial” sui giornali maggiori su come sistemare nel taschino una pochette a quattro punte…), il trimestre di governo giallorosso si è risolto in un bagno di sangue per i suoi protagonisti: la Lega (34%) e la Meloni (9-10%) sono ai massimi, insieme a Forza Italia il centrodestra è arrivato alla maggioranza assoluta, e la somma di Pd e M5S a mala pena pareggia il risultato di Salvini (34%, appunto).

Il Capo dello Stato decise tra agosto e settembre di fare da ginecologo e da ostetrico del Conte bis. Poi, discretamente, ha fatto da pediatra a un bambino gracile e malaticcio. Lo ha fatto scegliendo, tra le diverse interpretazioni costituzionali possibili, quella più notarile e aritmetica: cioè la mera constatazione dell’esistenza di una maggioranza numerica in entrambi i rami del Parlamento. E scartando – purtroppo – la grande lezione di Costantino Mortati, che, accanto ai numeri, raccomandava di considerare il legame con la maggioranza reale nel Paese.

È l’ora di dire che l’esperimento è fallito. Chiusa la sessione di bilancio (a fine dicembre), è l’ora di calare il sipario su uno spettacolo inadeguato. Il forte auspicio è che, con tempi e modi ordinati, si ridia la parola agli elettori nel primo trimestre del 2020. Nell’ultimo trimestre del 2019 lo hanno fatto o lo faranno – per ragioni diverse – Austria, Polonia, Spagna e Regno Unito. Non si vede perché l’Italia debba essere l’unico Paese in cui una conclamata crisi politica non possa essere risolta ridando la parola ai titolari della sovranità, cioè agli elettori.

Daniele Capezzone, 8 dicembre 2019