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Il nuovo dilemma dal Labour a Repubblica: esistono donne col pene?

Keir Stamer marzano

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Maurizia Paradiso è un profeta. Circola uno spezzone di lei-lui che, in piena rissa da parcheggio di supermercato, avverte il malcapitato di turno: “Ohee, tu, stai attento che sotto c’ho una bega così!”. Oggi la questione viene potentemente rilanciata da Michela Marzano filosofa, dalle colonne di Repubblica: può una donna tenere il merlo? Per la serie, ma chi si credono di essere quelle come la Rowling, che solo per essere vaginate pensano di essere femmine? Domanda inutile, questione epocale: guerre (altrui, ma fino a un certo punto), carestie (nostre, tutte nostre), referendum sabotati, benzina al litro che costa come una bottiglia di Dom Perignon, possono attendere. Va stabilito che non si può stabilire cosa sia un maschio e cosa una femmina, in umanità e in elettronica (poi saranno volatili per diabetici, ma tanto dopo il caricatore universale avremmo anche quello non binario).

Tutto nasce, ormai lo saprete, da una domanda marzulliana che ha messo in crisi sir Keir Starmer, leader dei laburisti inglesi: “Una donna può avere il pene?”. Il baronetto è rimasto un po’ interdetto, poi alla fine ha concesso: sì, beh, insomma, ecco: qualcuna. Tipo la famosa fanciulla vergine, rimasta incinta “ma appena appena”. La risposta di sir Keir è di per sé sessista: perché qualcuna? Tutte, se mai: basta volerlo. Basta sentirsi di quella leggiadra consistenza, e il gioco è fatto. Del resto lo dice anche il Vangelo: ogni giorno ha il suo pene; eventualmente, a giorni alterni: gioca l’autopercezione, tutto il resto è patriarcato tossico.

Che sir Keir sia velatamente transfobico, lo coglie per l’appunto Michela Filosofa in odor di beatificazione (la celebre san Marzano), in un dotto pippone Repubblichino che non si nega questioni metafi(si)che: “E quindi? Esisterebbero donne di serie A e donne di serie B?”. Ciò, speremo de no, anche perché dopo la B vengono le categorie inferiori, semipro. Non sia mai che uno osi sentirsi uomo per una questione di centimetri: del resto, basta guardarsi intorno, con tutti quei maschiacci dagli avambracci vittimisti e la barba woke che vanno in monopattino elettrico col pantaloncino alla caviglia scoperta. E che je voi dì? E le femmine, dico, le femmine, sarebbero solo quelle con la magnifica ossessione dei maschi, secondo Freud? No, basta una magia alla Harry Potter: un tempo erano i cari vecchi travesta, oggi il linguaggio si evolve, per l’appunto, in “non binario” (triste e solitario), anche se resta, per i cinefili, la lezione di “Un amore difficile”, da Sessomatto di Dino Risi: “Noi, caro, non siamo né pederasti né omosessuali: siamo delle signore!”. “Ma allora perché ti chiami Giuseppe?”. “Ma vaffanculo!”.

Non stiamo facendo ironia a presto stracciato: quell’episodio non si negava una preveggenza straziante nella figura di “Gilda”, sposato con una moglie devastata. Era il 1973, mica oggi, e nell’amor omnia vincit della storia impossibile fra Nino (Giancarlo Giannini) e Gilda (Alberto Lionello), che si ritrovano dopo anni in cui entrambi sono “molto cambiati”, stanno tutte le difficoltà, i pregiudizi, le vite parallele di chi ha saltato il fosso e chi, invece, non riesce a farsene una ragione: “Ma… uomo… donna… ma che importanza ha ormai?”. Ma l’importanza resta: non sui gusti e le passioni quanto sul fisiologico bisogno di orientamento della società, perché poi non è solo questione di dove andare a far pipì, se oltre la targhetta con l’omino stilizzato o la donnina squadrata. Ne deriva un puttanaio babelico, che però le oltranziste alla Marzano si ostinano ad ignorare.

Senonché il grido di rabbia e frustrazione, “Ohei, tì: borghese! Conformista! Fascista!!!” di Gilda strozza la risata in una commozione puttana di filo spinato. Ecco, diremmo che quella pellicola osava un tempo anticipato veleggiando sulle correnti dell’ironia e anche di una certa poesia, squallida ma romantica. Oggi il problema, al di là delle strumentalizzazioni di un neomarxismo che, avendo perduto la partita sulla lotta di classe, cerca di riciclarsi sul pacifismo peloso, l’ambientalismo radicale, il genderismo e lo statalismo pandemico, il problema, dicevamo, sta proprio in questa totale pesantezza: gli strali di san Marzano, che si avvita in improbabili riflessioni tra mestruazioni in metrò e stipendi più bassi per le trans, i furori delle ultra-femministe che vogliono al rogo le più moderate femministe vintage; per non dire dello stucchevole surrealismo sui falsi filosofismi, “chi può dire dove finisce l’uomo e comincia la donna?”. Già, chi può dirlo? La natura, per esempio, la cui legge, salvo alchimie alla Stranamore più che alla Fulcanelli, prevede un accoppiamento tra specie diverse per procreare (oddio, qui faccio la fine della Rowling).

Tutto al confine di un ridicolo che si prende troppo, troppo sul serio, forse perché sullo sfondo c’è la solita fame di soldi che è dei parassiti: perché dalla demolizione dell’equazione pene-maschio, vagina-femmina discende una serie di condizioni di stampo politico-affaristico, dall’enorme mercato gender fluid a quello, ancora più immane, su utero in affitto, neonati al postal market, compravendita di feti. Col grottesco degli uomini “incinti”, dei transgender che vincono le gare di nuoto e di atletica nell’incazzarsi delle donne nate, meschine, del congedo lavorativo per i maschi col ciclo. Gilda e Nino si amavano senza negarsi gli ostacoli della realtà, qui si pretende di negare la realtà in funzione dell’ideologia: non basta mai, c’è sempre una frontiera da abbattere e alla fine nessuno capisce più niente. Ma niente paura, la tecnologia, esecrata ma alla bisogna esaltata, ha già pronte tutte le soluzioni: una carta d’identità elettronica aggiornabile momento, oggi sei Gilda, domani sei Nino, poidomani sei un asterisco. Ogni giorno ha il suo pene (il lettore apprezzi che in tutto questo articolo non è mai stata usata, neppure una volta, la parola “cazzo”, cara a Cesare Zavattini).

La cancel culture cerca di cancellare perfino le percezioni, in nome di altre percezioni: vietato considerarsi come mamma ci ha fatti, J. K. Rowling (che con le minacce truculente potrebbe tappezzarci tutto il villone) se ne farà una ragione e, in buona misura, anche sir Keir, che ha osato, sì, ma “appena appena”. Per ulteriori schiarimenti, non rincorrete l’Ermafrodito nelle pagine del Mito delle metà di Aristofane o delle Metamorfosi di Publio Ovidio Nasone, roba superata, figlia dell’occidente tossico, ma l’imminente “Mamma mi faccio le pippe”, opera pop a più mani.

Max Del Papa, 10 giugno 2022