Due anni senza Silvio Berlusconi. Lasciamo stare che mi manchi molto, personalmente. Ma senza di lui è tutto più noioso, scontato, sciatto. Ricordo ai suoi funerali il cartello che scorsi tra le bandiere di Forza Italia e Milan: “Il più italiano degli italiani”. Una folla colorata e composta salutava il suo rappresentante, geniale uomo di popolo. Non credo il Cavaliere si sarebbe molto divertito nella politica odierna, piena di capricci e povera di idee, lui che amava progettare novità, e lottava come un leone in doppiopetto per imporre cambiamenti ai poteri schierati a difesa dello status quo, chiamati a raccolta da una sinistra che lo ha demonizzato e oggi lo rimpiange.
Lui, che in una nazione dove è quasi impossibile aprire un negozio riuscì a creare aziende mastodontiche, penso avrebbe spesso alzato il sopracciglio; lui che organizzò in un lampo quella grande, civile, ribalda marcia su Roma di gente in gamba (prima al lavoro, poi in politica) per stravolgere la grammatica di palazzo sversandovi mentalità privata moderna, non so se apprezzerebbe tanti eccessi gratuiti e vuoti. Il “Dottore” predicava riformismo, spirito maggioritario e politica liberale scintillante, tutto condito da una comunicazione diretta, mai mediata, quasi luterana, dall’eletto all’elettore. Quanto servirebbe la sua equilibrata e spavalda concretezza. Forse, da grande osservatore dei costumi di una società che rispettava e voleva capire anziché educare, lui che convinceva e mai comandava, spingerebbe il centrodestra a fare di più sulle riforme fiscali a favore di ceto medio e imprese, chiederebbe meno regole per un’Italia più facile, dunque alla portata dei più e non di pochi, spingerebbe per concludere la riforma della Giustizia e si interrogherebbe se non fosse il caso di produrre l’intelligenza artificiale che cambierà il lavoro, anziché comprare quella altrui; magari tenterebbe anche di colmare il vuoto di leadership odierna che mal si barcamena tra i deliri, diversi ma caotici, proposti dalla Casa Bianca un po’ troppo retro e dal Cremlino imperialista. Chissà.
Ma resta una certezza: ha cambiato l’Italia, la sua mentalità. Mai odiato nessuno (nemmeno chi odiava lui), sempre ammiratore dell’altrui talento, sereno e deciso, armato solo di entusiasmo, immaginazione e coraggio. È grazie a lui se hanno diritto di cittadinanza concetti come “meno Stato, meno tasse e più libertà”, ma anche “mercato, iniziativa privata, individuo”, più rispetto per casa e risparmi, più dignità per le imprese e complicità tra datore di lavoro e lavoratore. Prima di lui erano una bestemmia. Non mi è piaciuto vedere Fedez sul palco del partito creato dal Cav, ma credo persino lui abbia cambiato idea, come in privato ammette anche chi l’ha combattuto e oggi, con ritardo un po’ colpevole, ha capito quanto fosse meglio di come volesse raccontarselo, quest’uomo indomito e coraggioso, buono e a volte un po’ malinconico. Che è sempre nei nostri cuori. E in qualche caso, anche nei nostri cervelli. Dove continua a fare ciò che gli riusciva meglio: ispirare, con un sorriso.
Andrea Ruggieri per Il Tempo 12 giugno 2025
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