In Paradiso i giornali arrivano con comodo. A consegnare Il Tempo a Giulio Andreotti è un vecchio collaboratore, soprannome romanissimo: Mollichella. Il presidente sorride compiaciuto per la nuova veste grafica, poi lo sfoglia con la familiarità di chi, su quelle pagine, rispondeva alla posta dei lettori.
«Cerchi qualcosa, Giulio?» domanda Alcide De Gasperi, seduto sulla panchina accanto, sempre avvolto nel suo pastrano grigio.
Andreotti, con l’immancabile Bic tra i denti: «Le lettere. Le domande dei lettori erano spesso migliori delle risposte dei ministri».
De Gasperi: «Hai visto? Vogliono cambiare la legge elettorale».
Andreotti: «Devono aver letto i sondaggi».
De Gasperi: «Alla Costituente pensavamo a chi sarebbe venuto dopo».
Andreotti: «Lo fanno anche adesso. Soprattutto a come impedirgli di arrivare».
De Gasperi: «Nel dicembre del ’47 approvammo la Costituzione con 453 voti. E la guerra fredda ci divideva già».
Andreotti: «Ci combattevamo sul governo, ma ci incontravamo sulle regole».
Irrompe Cossiga, con l’aria di chi, grazie a Starlink, ha appena saputo qualcosa che non dovrebbe sapere: «Parlate delle elezioni? Oggi basta un sondaggio».
Andreotti: «La Meloni avrebbe dovuto andare a votare prima, evitando i referendum. Ora deve guardarsi anche dal generale».
Cossiga: «Vannacci prepara la marcia su Roma?».
Andreotti: «Per ora marcia sui voti degli alleati».
De Gasperi: «Fuoco amico?».
Andreotti: «Il fuoco è sicuro. Sull’amico non garantirei».
Si avvicina Silvio Berlusconi, orgoglioso dell’intitolazione ufficiale a suo nome dell’aeroporto di Malpensa: «Stanno rifacendo la legge elettorale laggiù?».
Andreotti: «Lo sai bene anche tu… Le leggi elettorali vengono fatte pensando di vincere le prossime elezioni, ma si capisce come funzionano davvero solo dopo averle perse».
Cossiga: «Tajani è convinto che la nuova legge elettorale porterà stabilità».
Berlusconi: «Antonio è serio, affidabile». E, sorridendo, continua: «Non ha mai detto una cosa sbagliata…».
Cossiga: «Per carità di patria, sorvoliamo sulla gonna lunga».
Berlusconi: «Consentitemi di dire che, almeno sulle donne, pensavo di avergli lasciato una certa esperienza politica».
Andreotti: «Tu gli hai lasciato Forza Italia. Non esageriamo con l’eredità».
Cossiga: «Poi si è scusato».
Berlusconi, accalorato: «Gli avrei consigliato: quando vuoi spiegare una legge elettorale, parla di quella. Le donne lasciale stare».
Andreotti: «Miracoli del Paradiso. Il nostro Cavaliere, ormai mondato da ogni peccato, che invita alla prudenza sulle donne».
Cossiga: «Oggi le ombre sono russe; prima erano americane, prima ancora della Chiesa. A ogni elezione un’ombra per distrarre gli elettori».
Andreotti: «Preparano gli alibi a chi perde. Ma alla fine decidono gli elettori. Ed è questo che li preoccupa».
Cossiga indica Mattarella sul giornale: «Devono comunque passare da lui. Sergio lo vedo molto attivo: una bardunfula, come diciamo in Sardegna».
Andreotti: «A Roma la trottola la chiamiamo frullo, rende meglio l’idea del grande impegno in giro per l’Italia. Il Quirinale, del resto, è la più grande clinica di Gerovital del mondo».
Cossiga: «Confermo. Ci entrai professore e ne uscii Picconatore».
Compare Bettino Craxi: «Voi democristiani riuscivate a fare opposizione anche dal Colle. E con l’America? Sempre tutti sull’attenti».
De Gasperi: «A Parigi, nel ’46, rappresentavo un Paese sconfitto. Chiedere rispetto fu più difficile che chiedere aiuti».
Andreotti: «La gratitudine non obbliga a rinunciare alla geografia. Restiamo nel Mediterraneo anche quando a Washington cambiano idea».
Craxi: «Io a Sigonella non piegai la testa».
Andreotti, poggiando la sua biro nera, si aggiusta gli occhiali: «Dopo quella bufera, chiamai Vernon Walters. Mi richiamò dopo poche ore: Bettino avrebbe ricevuto un inviato di Reagan?».
Craxi: «Arrivò con una lettera. Il Presidente USA voleva ricucire. E ricucimmo: la crisi si chiuse senza una nostra capitolazione».
Cossiga: «Dopo, però, ve l’hanno fatta pagare…».
Craxi non ha tempo di dire la sua che De Gasperi cambia argomento: «Ora pare che Trump chieda all’Italia una mano sulla Libia».
Berlusconi: «Finalmente un tema sul quale avrei parecchio da dire».
Craxi: «Silvio, questa precisazione non restringe molto il campo».
Berlusconi: «A Bengasi, nel 2008, firmai il Trattato con Gheddafi».
Cossiga: «E poi venne il 2011».
Berlusconi, perdendo il sorriso: «Una sciagura».
Craxi: «Alla quale partecipò anche il tuo governo».
Berlusconi: «Ricordo ancora quella sera, al Teatro dell’Opera di Roma, per il Nabucco. Accanto a me c’erano Gianni, un dono di Dio all’Italia, Ignazio e Mauro (Letta, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio; La Russa, ministro della Difesa; Masi, già segretario generale di Palazzo Chigi, ndr). E poi Giorgio Napolitano, che ci spinse nella direzione sbagliata: contro il Colonnello, per assecondare i francesi».
Andreotti: «Lasciamo stare Sarkozy, che la sta pagando cara. Nel 1984 portai a Reagan una copia del Libro verde di Gheddafi».
Berlusconi: «Adesso devono rimettere insieme una Libia divisa».
Craxi si toglie gli occhiali e arringa: «Trump manda Boulos a trattare. Ma senza stabilità e sviluppo sulla sponda meridionale del Mediterraneo, in Europa continueranno ad aumentare i flussi migratori: lo dicevo prima di tutti».
Andreotti: «A Boulos auguro pazienza: in Libia la firma di due capi non basta a far obbedire tutti quelli che hanno un fucile».
De Gasperi: «E l’Italia?».
Craxi: «Chieda di partecipare alle decisioni. E segua soprattutto le mosse di Haftar, che ha messo alla porta i Fratelli musulmani e sta trasformando Bengasi in una piccola Miami».
Il suono di una campana interrompe la conversazione. Cossiga si fa improvvisamente assorto: «Non erano soltanto i rapporti con l’America a toglierci il sonno».
Andreotti: «C’erano mattine, durante gli anni del terrorismo, in cui si aveva paura che squillasse il telefono».
De Gasperi posa una mano sul braccio del Picconatore: «Dopo Moro lasciasti il Viminale».
Cossiga: «Non ero riuscito a salvarlo. Al mio Luigi Zanda dissi: se non lo liberiamo in due ore, comunque finisca, mi dimetterò».
Cossiga, dopo la lettura dell’intervista del direttore Capezzone al ministro dell’Interno: «A Matteo Piantedosi, cresciuto alla scuola del mio Enzo Mosino, consiglierei di monitorare bene gli istituti superiori. Qualcuno potrebbe strumentalizzare il provvedimento sull’immigrazione, così come hanno fatto con i ProPal».
Andreotti: «Le Scritture ci insegnano a guardare con attenzione lo straniero».
Si avvicinano, di ritorno dal ritiro spirituale, Wojtyla e Bergoglio. Francesco prende il giornale e legge: «Giorgia Meloni vuole limitare gli stranieri nelle classi. Matteo Zuppi ricorda che nessuno deve sentirsi escluso. Mattarella ammonisce che la scuola è aperta a tutti. Mio padre partì dall’Italia per l’Argentina. Allora gli stranieri eravamo noi».
Wojtyla: «Ma una lingua comune e regole condivise servono, Francesco».
Bergoglio: «Certo. Per questo occorrono buoni maestri. Un bambino che non parla italiano ha bisogno di qualcuno che glielo insegni».
Wojtyla sorride: «Sei arrivato dall’altra parte del mondo e ti hanno fatto Papa».
Bergoglio: «Anche tu venivi da fuori, Karol. E dopo di te hanno scelto un tedesco».
Andreotti alza appena gli occhi sopra le lenti: «Per fortuna al Conclave non c’è un tetto agli stranieri».
Giusto il tempo perché Andreotti ripieghi Il Tempo con cura, poi fa il suo ingresso san Pietro, intonando il Sanctus.
Luigi Bisignani Il Tempo 27 settembre 2026
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